Forte Malatesta e Museo dell’Alto Medioevo
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Sabato 28 febbraio appuntamento ad Ascoli Piceno dedicato al Forte Malatesta e al Museo dell’Alto Medioevo
Sabato 28 febbraio, con la visita al Forte Malatesta e al Museo dell’Alto Medioevo, è in programma il terzo appuntamento della dodicesima edizione del progetto “Camminata dei musei”.
La manifestazione è dedicata a conoscere meglio e visitare una struttura che fa parte della rete museale del Comune di Ascoli Piceno. Il Forte Malatesta è una delle architetture fortificate rinascimentali più importanti e spettacolari in Italia e uno dei siti monumentali più affascinanti della città delle cento torri.
Il Museo dell’Alto Medioevo espone i preziosi corredi della necropoli longobarda di Castel Trosino.
Il programma dell’iniziativa di sabato 28 febbraio prevede il ritrovo dei partecipanti alle 14,45 in Piazza Matteotti. A seguire, con l’ausilio di una guida turistica abilitata, la visita al Forte Malatesta e al Museo dell’Alto Medioevo.
L’iniziativa, aperta a un massimo di 40 persone, è promossa dall’Unione Sportiva Acli – Comitato provinciale Ascoli Piceno/Fermo
La manifestazione è resa possibile dal sostegno economico di Comune di Ascoli Piceno e di Fondazione Nazionale delle Comunicazioni e dalla collaborazione di Ascoli Musei.
Per partecipare occorre prenotare con un messaggio al numero 3939365509, entro il 27 febbraio, indicando il proprio nome e cognome.
Rubacavalli "I Spelungà" - di Vittorio Camacci
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Ciuccuritte a Santa Gemma
Ballatori a li Pretare
Calze mozze a Piedilama
Poche case alla Cammartina
A lu Burghe li ’mbriache
In Arquata ’i scellerate
Scrozzacastagne 'i Trisungà
Riccingule 'i Faetà
Magnapere 'i Collacchia'
Zampe storte 'i Vezzanesi
Foricavicchia 'i Pescaresi
Cannarute a Capodacqua
Spaccapietre a lu Tufe
…
e a Spelonga?
Briganti e ladri di cavalli.
C’era questa filastrocca camaleontica che girava tra le frazioni di Arquata del Tronto, diversa da paese a paese, benevola con chi la recitava e maliziosa con il vicino. Ognuno cambiava un verso per salvare l’onore del proprio campanile e addossare all’altro un difetto, un vizio, una caricatura. Ma quasi ovunque, tranne nella versione di Spelonga, i miei compaesani restavano marchiati come ladri di bestiame, abigeatari, predatori di cavalli.
La parola, abigeato, mi raggiunse ad Ascoli Piceno, tra i banchi delle superiori. Il professore d’inglese, che era anche avvocato, la lasciò cadere come un sigillo: “Ah! sei di Spelonga, il paese dei briganti e dei ladri di bestiame.” Non spiegò altro. Ma quella parola non mi piegò il capo. Mi accese. Aveva un suono antico, quasi omerico.
Scoprire poi che l’abigeato affondava le radici nella mitologia e che perfino il Ratto delle Sabine poteva, in fondo, ricondursi a un atto di appropriazione primordiale, rese quei tre fratelli quasi figure archetipiche: non semplici ladri, ma attori inconsapevoli di un rito arcaico.
Erano tre. Fratelli. Ladri di cavalli, non di pecore o galline e già questo li sollevava dal misero abigeato contadino per collocarli in una dimensione più epica. Si raccontava che la notte scelta fosse senza luna, una notte così nera che persino i cani dei casolari non osarono abbaiare. Prima di partire, dice la voce più antica, uno dei tre salì sul punto più alto del Monte Comunitore e giurò al vento che nessuno li avrebbe presi vivi.
La galoppata fu lunga, feroce. Attraversarono fossi in piena guidati solo dal rumore dell’acqua, evitarono i sentieri battuti, passarono per crinali dove il passo del cavallo faceva rotolare sassi nell’abisso. Una notte, raccontano, una pattuglia sfiorò il loro rifugio: i tre si sdraiarono tra le felci, trattenendo il respiro mentre i cavalli, come se avessero capito, restarono immobili. Nemmeno uno sbuffo. Un’altra volta un fulmine colpì un albero poco distante dal loro accampamento e loro lessero in quel bagliore un segno del destino, quasi un battesimo di fuoco per la loro impresa.
Di giorno si nascondevano in grotte profonde. Una leggenda vuole che in una di quelle caverne trovarono incisioni antiche, segni lasciati da pastori medievali e che uno dei fratelli vi tracciò accanto una croce storta, come a dire: anche noi siamo passati. Anche noi siamo ombra. Si dice persino che in una forra della Laga lasciarono per una notte uno dei cavalli libero, per vedere se sarebbe tornato indietro verso casa. L’animale rimase con loro e quel gesto fu interpretato come un patto silenzioso tra uomini e bestie.
Mangiavano pane secco e formaggio, bevevano acqua di fonte. Una volta, si sussurra, un vecchio eremita li vide e non li denunciò. Disse soltanto: “Non siete spiriti del male. Siete figli della necessità.” Offrì loro una coperta e una nicchia per la notte.
La destinazione era la fiera del bestiame di Osteria Nuova, tra Rieti e Roma. Negli ultimi chilometri si mossero come lupi. Brevi soste. Un fischio convenuto per comunicare nel bosco. Si dice che uno di loro, vedendo in lontananza la pianura laziale all’alba, pianse senza farsi vedere dagli altri.
Alla fiera riuscirono a mischiare i cavalli: nessun marchio, nessuna prova evidente. Ma i carabinieri erano stati avvisati e qui la leggenda si infittisce. C’è chi giura che, quando furono circondati per i controlli, uno dei fratelli sostenne lo sguardo del brigadiere senza abbassarlo, come in una sfida silenziosa tra due mondi: quello della legge scritta e quello della sopravvivenza.
Non ci furono arresti. I proprietari di Pozza preferirono la restituzione del branco e una confessione che parlava di bravata, di un basista di Acquasanta Terme, di un piano più grande di loro. Ma qualcuno sostiene che, quella sera, lontano dagli sguardi ufficiali, ci fu un patto non scritto tra uomini di montagna: nessuno avrebbe infierito oltre.
Resta quella frase, pronunciata da un brigante della Laga a un processo, che suona come un manifesto inciso nella pietra:
“Per quelli come voi la legalizzazione del furto è un diritto, per quelli come noi è un delitto. Voi potete rubare e nessuno vi condannerà. Allora cosa resta a noi? Resta solo la sopravvivenza che ci riduce come bestie. Ma noi non vogliamo sopravvivere, vogliamo giustizia!”
Da vecchi li avevo conosciuti. Uno era morto in un disastro. Gli altri portavano negli occhi una luce strana, non di rimorso, ma di notti attraversate. Li immaginavo ancora pellegrini dell’ombra, spiriti che all’alba si scioglievano nel bosco. Patetici cowboy? Forse. Scapestrati? Sicuro. Ma anche figli di un tempo in cui rivalità tra frazioni venivano accese ad arte da perfidi commercianti, burattinai invisibili che soffiavano sull’orgoglio locale per arricchirsi.
Per tutti, quei tre non furono solo ladri. Furono pedine ribelli, strumenti e insieme vittime di un gioco più grande.
Vittorio Camacci
La volpe mandata da Dio - di Vittorio Camacci
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" Est modus in rebus, sunt certi denique fines, quos ultra citraque consistere rectum"
Non so quando abbia cominciato davvero, forse senza accorgermene. Non in un giorno preciso, non davanti a una bandiera o a un altare, ma restando qui, mentre intorno tutto suggeriva di andarsene. Difendere la mia terra non è stata una scelta ideologica: è stata una resistenza naturale, quasi biologica, come quella degli alberi che restano in piedi anche quando il terreno frana. Difendere, prima di tutto, dall’oblio, dall’abbandono, dalla narrazione comoda che trasforma le ferite in numeri e le comunità in pratiche amministrative.
Vivo in un territorio martoriato, dove il sisma non ha solo spaccato le case ma ha aperto crepe più profonde: nei rapporti umani, nella fiducia, nella dignità. Qui il Male non arriva con grandi proclami, ma si insinua piano: nello sciacallaggio, nell’interesse mascherato da aiuto, nella fretta di ricostruire senza più ricostruire le persone. Difendere, allora, è stato restare vigile, dire di no quando sarebbe stato più facile tacere, non cedere alla rassegnazione che tutto uniforma e consuma.
Poi ho capito che difendere non basta. Difendere è ancora lotta, attrito, stanchezza. A un certo punto ho sentito il bisogno di conservare. Conservare non come nostalgia imbalsamata, ma come gesto di cura. Conservare i nomi dei luoghi, i sentieri, i racconti degli anziani, i silenzi delle stagioni. Conservare i riti minimi: il modo di salutarsi, di aspettare, di aiutarsi senza proclami. In un mondo che divora tutto in nome dell’utile, conservare è un atto radicale, quasi sovversivo. È dire: questo vale, anche se non rende.
Conservare significa anche accettare di essere “residuale”, fuori moda, fuori tempo. Ma è proprio lì che ho ritrovato il senso di una continuità più grande di me. Qui la terra non è proprietà, è eredità; non è risorsa, è presenza e chi la abita davvero lo sa: non siamo noi a possederla, siamo noi a doverle rispondere.
Infine, senza che me ne rendessi conto, è arrivato il terzo passo: pregare. Non per evasione, non per consolazione facile, ma perché a un certo punto le parole civili non bastano più. Pregare è stato ammettere un limite. È stato riconoscere che il Male che divora questa terra non è solo economico o politico, ma spirituale: è perdita di senso, di misura, di pietà. Pregare è diventato un atto concreto, quotidiano, quasi ostinato: chiedere che ciò che corrompe svanisca, che ciò che è buono resista, che ciò che è fragile venga custodito. Poi ho saputo che una volpe si aggira, spesso, in cerca di cibo tra le SAE di Pescara del Tronto ed ho capito ricollegando il tutto al racconto antico della ciotola di latte e della volpe. Un uomo semplice offriva ogni sera a Dio una ciotola di latte. Il mattino la trovava vuota. Allora l'uomo pensò che Dio gradiva il suo dono. Un monaco, con la sua sapienza, smascherò l’inganno: era solo una volpe che beveva. Ma un angelo gli spiegò che Dio aveva mandato proprio quella volpe per accogliere l’offerta di quell’uomo. Questo dimostra, ancora una volta, che non tutto va smontato, spiegato, corretto. Alcuni gesti, anche se ingenui, tengono aperto il mondo. Anche qui, nella mia terra, forse le nostre preghiere sono come quella ciotola: non cambiano subito le cose, non fermano i potenti, ma tengono aperto un varco e questo basta.
Difendere, conservare, pregare non sono slogan. Sono una disciplina interiore. Difendere senza odio. Conservare senza chiudersi. Pregare senza fuggire. È così che resto. Non per eroismo, non per purezza, ma per fedeltà. Finché questa terra respirerà, finché qualcuno racconterà ancora una storia vera, finché una preghiera, anche imperfetta, verrà pronunciata, il Male non avrà l’ultima parola e forse, come la volpe di Pescara, qualcosa verrà ancora a mangiare e bere da ciò che avremo offerto in silenzio.
Vittorio Camacci
Il diavolo e il carbonaio di Pito - di Vittorio Camacci
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C'era una volta un carbonaio di nome Pietro, detto Pietrone per la sua stazza imponente e la fuliggine che gli anneriva sempre il volto. Viveva a Pito di Acquasanta Terme, tra i boschi, dove allestiva carbonaie per guadagnarsi il pane. Ma i tempi erano duri, la legna scarseggiava tra i boschi e le imposte dei notabili locali erano insostenibili. La miseria gli stava addosso come una maledizione. Disperato, durante il lungo inverno, fece un patto con un diavolo che lo stuzzicava sempre uscendo all'improvviso tra le braci della carbonaia: la sua anima in cambio di un anno di vita dignitoso e senza fame.
Un giorno, poco prima di Pasqua, mentre raccoglieva rami secchi vicino al Garrafo, vide avvicinarsi un uomo magro, vestito di una tunica semplice, con i piedi scalzi coperti di fango. Aveva lo sguardo buono e profondo.
"Buon uomo" disse lo straniero "hai qualcosa da offrirmi? Ho fame e sete."
Pietrone, seppur povero, non era un uomo dal cuore avaro. Estrasse dalla bisaccia un pezzo di pane duro, del companatico e un sorso di vino dalla sua fiaschetta.
"Non ho molto, ma quel che ho è tuo."
Lo sconosciuto sorrise e si sedette su un tronco. Dopo aver mangiato e bevuto, lo guardò con gratitudine.
"La tua generosità sarà ricompensata. Dimmi, cosa desideri?"
Pietrone rise amaro.
"Se proprio vuoi sapere, vorrei tre doni per sfuggire alla miseria che mi perseguita."
Lo straniero annuì e disse:
"Ebbene, avrai tre poteri: chi si siede su questa ceppaia non potrà alzarsi finché non lo ordinerai. Chi entra nel tuo sacco non ne uscirà senza il tuo permesso. Chi si arrampica su questo vecchio castagno rimarrà bloccato tra i suoi rami finché tu non gli concederai la libertà.'
Pietrone ringraziò con una risata incredula, ma appena alzò lo sguardo, lo straniero era svanito. Solo allora si accorse che la sua fiaschetta, rimasta a terra, ora traboccava di vino dolce e profumato.
Passò un anno e, proprio la notte di Pasqua, il diavolo in persona venne a reclamare la sua anima.
"Pietrone!" sibilò una voce tra il fumo della carbonaia. "Il tuo tempo è finito!"
Il carbonaio si fece serio, poi indicò la ceppaia accanto al fuoco.
"Aspetta almeno che finisca questo carico di carbone. Siediti un momento, ché ne parliamo."
Il diavolo si sedette… e rimase incollato. Imprecò, scalciò, ma non riuscì a muoversi. Pietrone rise e lo tenne prigioniero tutta la notte. Solo all’alba, dopo mille suppliche, il diavolo promise di dargli un altro anno di vita in cambio della libertà.
L’anno seguente il diavolo tornò con due compari. Pietrone, senza scomporsi, indicò il vecchio castagno.
"Prima di andarcene, almeno raccogliamo qualche castagna per il viaggio!" disse il primo diavolo.
"Ottima idea" rispose Pietrone con un sorriso. "Salite pure, io intanto preparo il sacco."
I diavoli si arrampicarono e subito rimasero incastrati tra i rami. Pietrone li lasciò lì per tre giorni, finché, per essere liberati, gli promisero altri tre anni di vita.
Ma il tempo passò e una schiera di diavoli arrivò con le catene per portarlo via definitivamente.
"Che peccato!" sospirò il carbonaio. "Ero proprio curioso di vedere quanti di voi riuscivano a stare nel mio sacco tutt' insieme!"
I diavoli, orgogliosi, ci entrarono tutti. Pietrone strinse il sacco e prese a colpirlo con un grosso randello. Li bastonò fino a farli piangere, per essere liberati, giurarono che non sarebbero mai più tornati per lui.
Quando Pietrone morì, si presentò alle porte del Paradiso, ma San Pietro lo fermò scuotendo la testa.
"Hai beffato il diavolo, ma hai venduto la tua anima. Non puoi entrare."
Allora scese all’Inferno, ma appena Lucifero lo vide con il sacco e il randello, chiuse il portone con un tonfo.
Pietrone tornò alla porta del Paradiso e bussò di nuovo.
"Nemmeno l’Inferno mi vuole! Dove posso andare?"
Fu allora che una voce risuonò nell’aria.
"Hai aiutato un viandante affamato senza chiedere nulla in cambio. Non meriti l’inferno né l’eterno vagare."
Pietrone riconobbe quella voce. Era lo straniero che aveva incontrato vicino al Garrafo. "Non posso farti entrare figliolo" disse con voce solenne. "Hai venduto la tua anima al diavolo, il patto è sacro. Il carbonaio abbassò li sguardo. Aveva vissuto una vita dura, tra i boschi e le piazze di carbone, aveva barattato il suo destino per una manciata di sollievo. Ma il Signore non era cieco alle sfumature dell'animo umano, quel grosso carbonaio non era malvagio, non aveva compiuto ingiustizie. Così in un impeto di Divina Misericordia decretò: "Non posso darti il Paradiso ma ti concedo un altro destino!" Con un gesto trasformò la sua anima, Pietrone si sentì leggero, il corpo si dissolse e si fece maschera, figura eterna nel Carnevale degli Zanni. Fu per sempre raffigurato come la guardia che tiene il diavolo in catene, un monito vivente, una risata che porta con sé la saggezza del limite e la redenzione attraverso un'antica tradizione artistica. E così, tra i villaggi dell'Alta Valle del Garrafo, l'anima del carbonaio Pietrone continuò a esistere, scolpito per sempre nella memoria popolare, mentre il diavolo, prigioniero della sua stessa astuzia, rimaneva incatenato ai suoi piedi, sconfitto per sempre dal gioco delle variopinte maschere e del destino.
Vittorio Camacci