Colle Moresco, dove la storia incontra l'ospitalità - di Vittorio Camacci
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Tra le giornate più intense e significative del Festival Culturale dei Borghi Rurali della Laga resterà certamente quella vissuta a Collemoresco, piccolo borgo dell'Alta Sabina, ai piedi del Monte Pozzoni, in una terra di confine tra Lazio e Umbria. Un paese raccolto, silenzioso, che conserva ancora il fascino autentico dei borghi antichi e il ricordo di una storia millenaria.
Nonostante il caldo intenso di questa estate, il gruppo dei partecipanti ha percorso con entusiasmo le strette vie del paese, impreziosite da caratteristiche pavimentazioni in sanpietrini, osservando portali scolpiti, antiche fontane e scorci che raccontano secoli di vita contadina e montana tra tre emergenze architettoniche religiose: la Chiesa di San Martino, quella di Santa Maria Assunta è l' ex oratorio dei frati cappuccini
La passeggiata è poi proseguita lungo il torrente Neja, dove si conservano i resti dell'antico mulino ad acqua, testimonianza di un'economia rurale che per secoli ha rappresentato il cuore pulsante della comunità. Da lì è iniziata la salita verso il colle di Costelluni, immerso in uno splendido bosco di cerri, dove sorgono i resti dell'antica fortezza medievale. Le ricerche archeologiche hanno riportato alla luce le fondazioni del Castellum, un fortino costruito in posizione strategica sopra il Neja e successivamente trasformato nel convento dei Frati Cappuccini. Durante gli scavi sono stati rinvenuti anche reperti di grande interesse, tra cui un medaglione pettorale e una sfera in pietra probabilmente scagliata in tempi remoti da una catapulta d' assedio.
Ma la giornata ha riservato anche una sorpresa che difficilmente sarà dimenticata.
Per il pranzo siamo stati accolti nella storica balera "Sotto le Stelle", un luogo che per tanti anni ha rappresentato un punto d'incontro e di festa per tutta la valle. Ad accoglierci è stato Paride Gabriele, novantenne dal sorriso sincero e dallo sguardo ancora vivace.
La sua è una storia che merita di essere raccontata. A soli dodici anni lasciò Collemoresco per Roma, iniziando come semplice lavapiatti. Con sacrificio, passione e una straordinaria determinazione riuscì a salire tutti i gradini della professione fino a diventare uno chef di livello internazionale.
Per gli amici del Festival è tornato ai fornelli con la stessa passione di un tempo, preparando una panzanella realizzata con i pomodori del suo orto e una memorabile amatriciana, capace di conquistare tutti i presenti. Sapori autentici, semplici e genuini, che raccontano molto più di qualsiasi ricetta.
A concludere il pranzo un ottimo gelato artigianale e, naturalmente, musica, canti e balli popolari che hanno trasformato il pomeriggio in una vera festa della tradizione.
Il Festival Culturale dei Borghi Rurali della Laga continua così a dimostrare che la vera ricchezza dei nostri territori non è fatta soltanto di monumenti e paesaggi, ma soprattutto di persone, di memoria e di storie vissute. Collemoresco ha saputo offrire tutto questo: un patrimonio storico custodito tra i boschi del Monte Pozzoni e un'accoglienza capace di far sentire ogni visitatore parte della comunità.
Una giornata da ricordare, nella quale storia, natura, cultura e convivialità si sono fuse in un'unica, splendida esperienza.
Vittorio Camacci
Il ciliegio della via Cuccetta - di Vittorio Camacci
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Il ciliegio della via Cuccetta
Il vecchio ciliegio domina ancora la radura, solitario e maestoso, avvolto dai cerri e dai castagni che nel tempo lo hanno cinto in un abbraccio silenzioso. Il suo tronco rugoso sembra raccontare storie di mani callose che un tempo ne raccoglievano i frutti, di ragazzi che vi si arrampicavano sfidando la paura, di inverni rigidi e di estati colme di luce.
Avanzo nel sottobosco con passo lento. Non torno qui da anni, da quando mio nonno mi aveva raccontato di quell’albero piantato in un tempo lontano, quasi come una sfida al destino. Era stato il suo punto di riferimento, la sua vedetta sulla valle. "Quando i ciliegi fioriscono, sai che è tempo di tornare", mi diceva sempre.
Raggiunta la radura, mi fermo ad osservare il paesaggio. La vecchia casetta di "schiazze" d' arenaria, dove il nonno e la sua famiglia passavano le stagioni del fieno, è ormai un cumulo di pietre ricoperte di muschio. Non resta che il profilo sfocato di un’abitazione dimenticata. Eppure, il ciliegio è ancora lì.
Mi avvicino e poso una mano sulla corteccia ruvida. Respiro profondamente. È tutto strano, quasi irreale: tutto intorno è cambiato, il bosco ha ripreso il suo dominio, ma quest’albero resta una sentinella silenziosa del tempo. Forse, proprio come lui, anche il ciliegio attendeva qualcuno che lo riconoscesse.
Mi siedo su un masso piatto vicino e tiro fuori il mio vecchio taccuino. Ora so cosa fare. Questo luogo non deve essere dimenticato. Il bosco intorno è lo stesso che mio nonno ha frequentato per decenni. Devo raccontare la sua storia, parallela alla storia di un albero che ha visto il mondo cambiare e che, nonostante tutto, è rimasto qui. Un guardiano silenzioso della Laga.
" Mio nonno era nato alla fine dell' Ottocento, in un' Italia ancora rurale, dove la legge era sempre del più forte o del più furbo. Da giovane si era arruolato nei Carabinieri, vivendo gli anni del ventennio fascista con disciplina e silenzio. Non era un uomo di grandi ideali, né di grandi discorsi: cercava di fare il suo dovere, osservava, si arrangiava, e forse, nel profondo, sapeva già che il mondo sarebbe cambiato senza chiedere il suo permesso. Poi arrivò la guerra, la disfatta, il caos. Dopo il 1945, non volle più avere a che fare con nessuno. Il paese che un tempo lui aveva amato ora gli sembrava un posto estraneo, lo guardava con diffidenza. Un posto dove erano stati commessi crimini, persecuzioni, che si portava addosso il peso di un passato ingombrante. Così fece la scelta più radicale: se ne andò nel bosco. Scelse di vivere con la montagna, lontano dalle chiacchiere e dagli intrighi, costruendo la sua libertà giorno dopo giorno, con il solo aiuto delle sue mani e dell' istinto. Aveva un orto che curava con attenzione, un piccolo gregge che gli dava latte e formaggio ed il bosco che gli offriva la caccia ed il bracconaggio per rimediare carne fresca, fonte di proteine. Sapeva muoversi senza fare rumore, conosceva i sentieri meglio di chiunque altro, glieli aveva insegnati suo padre che era stato uno scout dell' esercito riservista pontificio. Parlava poco, ma quando lo faceva ogni frase era di una saggezza immensa. Non era un santo, né un fuorilegge: era solo un uomo che aveva scelto di appartenere più alla natura che alla società umana. I paesani lo chiamavano " Camacce" ma c'era chi andava a cercarlo per un consiglio, per un' indicazione, per un rimedio che solo lui conosceva. Mi ha insegnato a camminare senza fare rumore, a riconoscere le orme nella terra umida, a rispettare la montagna, i suoi sentieri e i suoi segreti. Ora che anch'io scrivo le storie di chi è vissuto prima di me, capisco che il suo più grande insegnamento è stato questo: lasciare un segno che non svanisca con il tempo"
( Le parole degli antenati, tramandate di generazione in generazione, sono la luce che guida il nostro cammino)
Vittorio Camacci
Ladri di briciole - di Vittorio Camacci
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Un tempo i briganti attraversavano questi monti per sfuggire agli eserciti, ai potenti e alle leggi degli uomini. Conoscevano ogni sentiero, ogni faggeta, ogni grotta della Laga. Erano uomini in fuga, ma anche uomini profondamente liberi.
Oggi quei briganti non esistono più.
Eppure continuo a camminare tra queste montagne con la certezza che il brigantaggio non sia mai finito. Ha soltanto cambiato volto.
Anch'io sono un brigante.
Non porto un fucile, non assalto viandanti e non vivo nascosto tra le rocce. La mia ribellione è diversa. Cammino controcorrente in un tempo che sembra aver smarrito il senso del cammino e della misura.
Attraversando la Laga ho imparato che il nemico non si nasconde più nei boschi.
Abita dentro di noi.
Sono le solitudini che divorano intere generazioni. Sono le dipendenze che imprigionano senza catene. È il rumore continuo che soffoca il silenzio. Sono gli schermi che ci tengono connessi con il mondo e sempre più lontani da chi ci vive accanto.
Viviamo nell'epoca della comunicazione e non siamo mai stati così incapaci di incontrarci davvero.
Abbiamo paura del prossimo, paura del diverso, perfino paura di noi stessi.
Le strade sono aperte, ma il cammino verso la nostra umanità sembra essersi interrotto.
Eppure la Laga continua a insegnare.
Ogni sorgente ricorda che anche l'anima ha sete.
Ogni bosco insegna che nessun albero cresce davvero da solo.
Ogni vetta dimostra che le conquiste più importanti richiedono fatica, tempo e pazienza.
Qui il silenzio ha ancora qualcosa da dire.
Ma la Laga non è minacciata soltanto dall'abbandono.
Lo è anche da chi arriva con parole rassicuranti e sorrisi di circostanza, promettendo rinascite facili e soluzioni miracolose.
C'è chi sale fin quassù non per amore di queste montagne, ma per raccogliere le poche briciole rimaste ai suoi abitanti.
Si presenta come salvatore, esperto, benefattore o innovatore.
Parla di rilancio, di sviluppo e di opportunità.
Poi, troppo spesso, riparte con qualcosa in più nelle proprie tasche, lasciando queste terre con qualcosa in meno.
Le aree interne non hanno bisogno di nuovi conquistatori.
Non hanno bisogno di passerelle, di slogan o di chi usa il loro dolore per costruire consenso, prestigio o interessi personali.
Hanno bisogno di ascolto.
Di rispetto.
Di persone capaci di restare anche quando i riflettori si spengono.
Il brigante della Laga ha imparato a diffidare di chi promette troppo.
Perché queste montagne insegnano che le cose vere crescono lentamente.
Come un castagno.
Come una faggeta.
Come la fiducia.
La libertà non arriva in un convegno.
La rinascita non nasce da un comunicato stampa e il futuro non può essere costruito da chi considera queste terre soltanto una tappa della propria carriera.
Il nostro tempo ci illude di aver sconfitto molti mali.
In realtà li abbiamo soltanto mascherati.
Abbiamo trasformato l'avidità in successo.
L'egoismo in ambizione.
La dipendenza in intrattenimento.
Il consumismo in felicità.
Corriamo tutti nella stessa direzione senza domandarci se quella strada conduca davvero da qualche parte.
Io scelgo di fermarmi.
Di ascoltare il vento.
Di sedermi accanto a un torrente.
Di lasciare che siano gli alberi e le pietre a ricordarmi ciò che conta davvero.
Essere un brigante oggi significa ribellarsi all'indifferenza.
Significa assaltare il conformismo.
Disobbedire alla superficialità.
Contrabbandare speranza dove circola soltanto paura.
Difendere la bellezza quando viene trattata come un lusso.
Proteggere la memoria quando tutto spinge a dimenticare.
Ricordare che nessuna tecnologia potrà sostituire un abbraccio, nessun algoritmo potrà insegnare la solidarietà e nessun denaro potrà comprare il senso di appartenenza a una comunità.
Continuo il mio viaggio lungo i sentieri della Laga perché queste montagne custodiscono ancora ciò che il mondo moderno rischia di perdere definitivamente.
Il senso del limite.
La dignità.
La fatica condivisa.
L'onestà.
La libertà autentica.
Forse il vero brigante del nostro tempo non è chi vive fuori dalla legge.
È chi ruba il tempo, la speranza, la dignità e il futuro delle comunità più fragili, convincendole che qualcuno dall'esterno verrà sempre a salvarle.
Io non ci credo.
Credo nelle persone che abitano queste montagne.
Credo nelle loro mani, nella loro ostinazione e nella loro memoria.
Credo che la Laga possa rialzarsi soltanto insieme ai suoi figli e a chi sceglie di camminare al loro fianco con umiltà, senza pretendere applausi o ricompense e se lungo questo cammino riuscirò ad aiutare anche una sola persona a guardare queste montagne con occhi nuovi, allora avrò compiuto il colpo più grande che un brigante possa desiderare.
Non rubare qualcosa alla Laga.
Ma restituirle un po' della voce che troppo spesso le è stata portata via.
Vittorio Camacci
Camminando sui luoghi del sisma
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Sabato 18 luglio, dalle 16 alle 19,30 circa, si terrà “Camminando sui luoghi del sisma”, evento gratuito promosso da Unione Sportiva Acli Marche Aps. L’iniziativa rientra nel progetto “SSC – Social smart city” del Comune di Ascoli Piceno, sviluppato grazie al bando “Educare in comune” e coordinato dalle Acli provinciali per rafforzare il welfare comunitario.
Il programma della manifestazione prevede il ritrovo dei partecipanti a Cerreto di Venarotta alle ore 16. A seguire un bus navetta li trasporterà a Castel San Pietro, dove si svolgerà una visita al Borgo, e poi al bivio della Strada provinciale 93 per Palmiano.
Da lì il gruppo proseguirà a piedi lungo il percorso che conduce fino al borgo di Cerreto di Venarotta (tutto in discesa) per poi incontrare la Società Agricola Clorinda Caucci Sabatini.
Il percorso è di circa 4 chilometri, su sentiero escursionistico, con un tempo di percorrenza di circa 2 ore e mezza e un dislivello di 300 metri.
La partecipazione è gratuita, con un massimo di 35 posti disponibili. Per iscriversi è necessario inviare un messaggio al 3939365509 indicando nome e cognome dei partecipanti.