Ferruccio Ferrucci - di Vittorio Camacci
- Dettagli
- Categoria: Notizie
- Visite: 199
A Capodipiano di Venarotta, alla fine dell’estate del 1898, il nome Ferrucci non era uno qualsiasi. Si diceva e nei documenti antichi qualcosa lo confermava, che quella famiglia discendesse da Francesco Ferrucci, l’eroe caduto a Gavinana. Era certo che già nel Quattrocento i suoi antenati si fossero stabiliti nell’ascolano, portando con sé un’ombra di nobiltà e un senso di superiorità che il tempo non era riuscito a cancellare. Ferruccio Ferrucci, ultimo rappresentante di quella stirpe a Capodipiano, sembrava incarnare fino in fondo quell’eredità: alto, robusto, dallo sguardo duro e dal passo sicuro, viveva nella sua casa con cortile interno come un padrone d’altri tempi, circondato da terre, cavalli e da una fama ambigua fatta di rispetto e timore. Non era un uomo cattivo per principio e qualcuno ricordava anche i suoi gesti di generosità, ma era imprevedibile e soprattutto pretendeva obbedienza; le contadine che portavano uova e pollame come pagamento lo temevano per quel modo insistente di trattenerle nel cortile, sotto lo sguardo del cane e del maggiordomo, più del necessario. Tra i più risentiti c’era Massari, un contadino di Valcinante segnato dalla fatica e dal silenzio, padre di Laurina, una giovane che da qualche tempo evitava accuratamente di passare da quella casa, anche se nei piccoli paesi evitare non basta mai davvero. Il malumore cresceva senza parole, come una brace sotto la cenere e Ferruccio stesso sembrava avvertirlo, tanto che nei giorni precedenti si mostrava inquieto, più nervoso del solito, spesso con la frusta in mano a battere contro lo stivale mentre attraversava il cortile. Quel pomeriggio dell’8 settembre 1898 l’aria era immobile e carica di polvere, il cielo fermo sopra il suo podere sito in Collina di Valcinante e Ferruccio aveva dato ordine al maggiordomo di tenere pronto il cane, come se aspettasse qualcuno; quando Massari apparve lungo il sentiero che saliva tra i campi, camminando diritto senza fretta ma senza esitazioni, il maggiordomo lo vide e guardò il padrone in attesa di un cenno, ma quel cenno non arrivò. Ferruccio avanzò invece da solo, con la frusta stretta nella mano e quando i due si trovarono a pochi passi il silenzio della collina divenne pesante come una minaccia. «Hai qualcosa da dire?» chiese Ferruccio con un sorriso teso, Massari, dopo un attimo, rispose semplicemente: «Lascia stare le donne della mia famiglia». Quelle parole bastarono. Ferruccio fece schioccare la frusta nell’aria, più per imporsi che per colpire, ma Massari si mosse d’istinto per fermarla e nel giro di un attimo i due si afferrarono, si spinsero, si urtarono con forza; Ferruccio, più grande, cercò di dominarlo, ma il terreno era irregolare, ingombro di attrezzi e corde e indietreggiando il suo piede si impigliò in una traglia lasciata a terra, facendolo rovinare pesantemente all’indietro. In quell’istante sospeso tutto avrebbe potuto fermarsi, ma non accadde: Massari, accecato dalla rabbia accumulata e dall’umiliazione, afferrò la falce da fieno lì accanto e colpì, una volta, poi ancora, finché il corpo di Ferruccio rimase immobile nella polvere. Il cane abbaiò furiosamente, il maggiordomo restò paralizzato, incapace di intervenire e quando finalmente tornò il silenzio era un silenzio diverso, definitivo. Nei giorni successivi il paese parlò sottovoce, diviso tra chi vedeva in quella morte una giustizia e chi una disgrazia inevitabile, mentre il parroco di Capodipiano, Don Gaetano Giuliani, uomo preciso e misurato, registrò l’accaduto nel libro dei morti con grafia ferma e senza commenti superflui, lasciando però parole che ancora oggi conservano tutto il peso di quella vicenda: “Ferruccius Ferrucci, filius quondam Petri, huius paroeciae Capitis Plani, aetatis suae anno trigesimo sexto, in praedio suae proprietatis sito in Collina paroeciae Valiscientantis, a suo villico crudeliter interfectus fuit die octavo mensis septembris 1898; cuius corpus, solitis Ecclesiae exequiis celebratis, in coemeterio reconditum fuit”. In quella formula latina c’era tutto, la vita, la morte e il giudizio lasciato sospeso, e forse anche la fine silenziosa di una lunga discendenza che da Francesco Ferrucci era arrivata fino a quella collina, spegnendosi tra la polvere di un cortile e il filo affilato di una falce.
Vittorio Camacci
Il drago, l' abominevole sciacallo e la desolazione - di Vittorio Camacci
- Dettagli
- Categoria: Notizie
- Visite: 277
Ci sono tragedie che arrivano all'improvviso e tragedie che non finiscono mai. La prima dura pochi interminabili secondi. La seconda può durare dieci anni, forse una vita intera.
Nel cratere del sisma del 2016 convivono ancora tre spettri: il drago, l' abominevole sciacallo e la desolazione.
Il drago è il terremoto. È arrivato nella notte con il boato della montagna che si spezza. Ha divorato case, chiese, campanili, stalle, scuole, piazze. Ha aperto ferite nella terra e nel cuore della gente. Ha fatto crollare muri costruiti con il sacrificio di generazioni e ha disperso una civiltà che viveva di pascoli, boschi, tradizioni, fede e solidarietà.
Nella Laga e nei Sibillini il terremoto non ha distrutto soltanto le abitazioni. Ha spezzato il filo invisibile che univa i paesi alla loro storia. Ogni pietra caduta era un pezzo di memoria. Ogni borgo svuotato era una pagina della nostra identità che veniva strappata.
Ma il drago per quanto feroce, avrebbe potuto essere sconfitto. Gli uomini delle montagne hanno sempre ricostruito dopo terremoti, guerre e nevicate. Con il tempo sarebbero tornati a vivere tra le loro case.
Poi è arrivato l'abominevole sciacallo.
Lo sciacallo non ha il volto della natura. Ha quello dello Stato e delle sue istituzioni, di una burocrazia infinita che ha trasformato una calamità in un labirinto senza uscita. Attorno al cratere si è mossa una macchina gigantesca fatta di ordinanze, commissari, uffici, consulenze, tecnici, varianti, autorizzazioni, controlli e rinvii. Una macchina che avrebbe dovuto restituire la vita e che troppo spesso ha restituito soltanto attese.
Per molti il terremoto è diventato un'occasione economica. Un mercato. Un sistema che alimenta se stesso. C'è chi ha costruito carriere, chi ha accumulato incarichi, chi ha trovato nel post-sisma una fonte di reddito. Intanto gli abitanti continuavano a vivere nelle SAE, nate come sistemazioni temporanee e trasformate negli anni in quartieri permanenti dell'abbandono.
Io sono uno di loro.
Ho visto passare le stagioni sempre dalla stessa finestra. Ho visto cambiare governi, commissari, leggi e promesse. Ho visto cantieri aprire e richiudersi, pratiche fermarsi, scadenze spostarsi, responsabilità dissolversi come neve al sole. Ho visto persone morire senza rientrare nella propria casa. Ho visto giovani andarsene perché non potevano aspettare ancora. Ho visto anziani spegnersi con la speranza negli occhi.
L' abominevole sciacallo non mangia le case. Mangia il tempo e quando ti ruba dieci anni di vita, ti ha rubato qualcosa che nessuno potrà più restituirti.
Poi arriva il terzo spettro.
È il più silenzioso.
È la desolazione.
La desolazione è una piazza senza bambini. È una scuola chiusa. È il bar del paese che non riapre più. È la festa patronale senza banda e senza processione. È un campo lasciato alle sterpaglie. È una stalla vuota. È il silenzio che sostituisce il suono delle campane.
La desolazione è lo spopolamento.
È una montagna che perde i suoi custodi. È una comunità che si dissolve lentamente fino a diventare un ricordo.
Le tradizioni della Laga non si conservano nei musei. Vivono nelle persone. Vivono nei racconti davanti al camino, nelle mani degli allevatori, nei sentieri conosciuti a memoria, nelle ricette tramandate, nei dialetti, nelle feste, nella solidarietà che ha sempre unito queste terre di confine.
Quando le persone se ne vanno, tutto questo muore con loro.
Si continua a parlare di ricostruzione come se bastasse rimettere in piedi qualche muro.
Ma un paese non è un insieme di edifici.
Un paese è una comunità.
Se ricostruisci le case e perdi gli abitanti, hai costruito un monumento al vuoto.
La vera ricostruzione avrebbe dovuto riportare la gente a vivere nei propri borghi. Restituire fiducia. Difendere la dignità di chi è rimasto. Invece, troppo spesso, ha prodotto soltanto scoraggiamento, rabbia e rassegnazione.
Il terremoto è stato una calamità naturale.
Il post-sisma è diventato una calamità umana.
Il drago ci ha tolto il passato.
Lo sciacallo ci ha rubato il presente.
La desolazione rischia di cancellare il futuro.
Eppure questa terra merita un destino diverso. Perché la Laga non è una periferia dimenticata della Repubblica. È uno scrigno di storia, cultura, tradizioni e identità. È un pezzo d'Italia che ha custodito per secoli ciò che altrove è andato perduto.
Se moriranno questi paesi, non perderanno soltanto gli abitanti del cratere.
Perderemo tutti.
Perché un popolo che lascia morire le proprie montagne, i propri borghi e la propria memoria finisce, lentamente, per perdere anche sé stesso.
Vittorio Camacci
Montagna in festa - di Vittorio Camacci
- Dettagli
- Categoria: Notizie
- Visite: 255
L’intelligenza artificiale non esisteva quando sono nati i paesi della Laga. Ma, a guardarli oggi, viene il sospetto che qualcuno, parecchi secoli fa, avesse già ricevuto una versione sperimentale del programma.
Perché soltanto un’intelligenza non del tutto normale poteva decidere di mettere insieme, in pochi chilometri, montagne severissime e paesi minuscoli, torrenti gelidi e piazzette assolate, castagneti, faggete, chiese, campanili, fontane e strade che sembrano progettate apposta per far perdere l’orientamento a chiunque non sia nato lì.
La Laga è un grande artificio naturale. Un mondo costruito senza architetti, nel quale ogni borgo sembra avere deciso autonomamente dove mettersi, possibilmente sulla sommità di una collina, possibilmente lontano dalla strada principale e, se possibile, con almeno una salita capace di togliere il fiato prima ancora di arrivare alla piazza.
Poi ci sono le case. Pietra, legno, persiane, balconi, tetti. Case che per secoli hanno sopportato neve, terremoti, gelate, abbandoni e ritorni. Alcune sono ancora lì, orgogliose. Altre sono ferite. Altre aspettano che qualcuno si ricordi di loro.
Ma d’estate la Laga cambia.
I paesi si riempiono di automobili con targhe provenienti da mezza Italia. Tornano quelli che se ne erano andati quarant’anni prima e che, appena scesi dalla macchina, riconoscono perfino il sasso contro cui da bambini si erano sbucciati un ginocchio.
Ritornano i figli, i nipoti, gli amici degli amici e improvvisamente il paese che d’inverno conta poche anime diventa una metropoli.
Una metropoli, naturalmente, secondo i parametri della Laga.
Se arrivano cinquanta persone, si parla di grande affluenza. Se sono cento, qualcuno dice che non si vedeva tanta gente dai tempi della festa patronale del 1978. Se arrivano duecento persone, bisogna chiamare qualcuno che organizzi il traffico e allora comincia la stagione delle feste.
La sagra, innanzitutto. Che in montagna non è mai soltanto una sagra è un congresso internazionale della memoria.
Ci si incontra davanti a un piatto di pasta, a una griglia, a una fetta di pecorino, a un bicchiere di vino. Si mangia quello che la montagna ha prodotto per secoli e che oggi viene presentato come specialità tipica, possibilmente con un cartello scritto a mano e una signora che, mentre serve, ti spiega che quella ricetta “a casa mia si faceva diversamente”.
Non si butta via niente, nella Laga.
Nemmeno le ricette.
Nemmeno i ricordi.
Nemmeno le discussioni.
Puoi trovare due persone che abitano a tre chilometri di distanza e scoprire che da quarant'anni litigano su chi abbia inventato per primo una certa minestra, una certa festa o un certo modo di fare il formaggio e non provare a mettere pace.
La pace, in montagna, è una cosa seria e non va improvvisata poi arrivano le bande, gli organetti, i saltarelli e qui accade qualcosa di curioso.
Persone che durante l’anno si lamentano del mal di schiena, delle ginocchia, della pressione, della pensione e del governo, appena sentono partire un organetto ritrovano improvvisamente l’agilità dei vent’anni.
La fisica si arrende.
Il settantenne che cinque minuti prima aveva bisogno della sedia si lancia nel saltarello con una dignità agonistica che lascia intendere una lunga preparazione clandestina.
Le donne, naturalmente, osservano.
Poi partecipano e alla fine nessuno sa più chi abbia vinto.
Perché nelle feste della Laga la competizione è soltanto un pretesto. Quello che conta è esserci.
È esserci quando la piazza si riempie.
È esserci quando qualcuno porta fuori una vecchia fotografia e tutti si avvicinano per riconoscere il nonno, la zia, il cugino emigrato in Canada nel 1962.
È esserci quando una voce dice: “Questo qui è il paese com’era una volta” e per qualche secondo nessuno ha il coraggio di rispondere.
Perché la Laga è anche questo: un enorme archivio a cielo aperto nel quale le fotografie hanno spesso più abitanti delle case.
Ma poi arriva la sera e qui la montagna ha un vantaggio sleale sulla Riviera.
Non servono luci al neon, discoteche, stabilimenti balneari, luna park lunghi ottanta chilometri.
Basta spegnere qualche lampione e sopra la testa compare il cielo.
Un cielo così pieno di stelle che sembra quasi una provocazione.
Il turista viene in montagna per cercare la natura e scopre che la natura, quando vuole, sa essere anche abbastanza rumorosa: abbaiano i cani, gracchiano le cornacchie, cantano i grilli, scorre l’acqua, arriva un trattore da chissà dove e, alle sei del mattino, un gallo decide che la vacanza è durata abbastanza.
La Laga non ha bisogno della sveglia.
Ha il gallo e se non basta, ha il vicino che accende il decespugliatore alle sei del mattino
Poi ci sono le montagne.
Il Gorzano, Pizzo di Sevo, Cima Lepri, le valli, le cascate, i sentieri.
Qui non puoi semplicemente “fare una passeggiata”.
Devi prima dichiarare le tue intenzioni alla montagna.
Perché la montagna della Laga non è quella delle cartoline. È aspra, umida, severa. Ti concede l’acqua, l’ombra, i boschi e panorami straordinari, ma pretende in cambio un po’ di sudore e quando finalmente arrivi in alto, stanco e sudato, scopri che non c’è nessun chiosco che vende cocktail con l’ombrellino.
C’è una fonte.
Bevi e ti sembra la cosa più buona del mondo.
Forse è proprio questa la differenza.
Al mare si va per dimenticare.
In montagna, almeno nella Laga, si viene per ricordare.
Ricordare i paesi, le persone, i mestieri, le parole, le feste, le storie raccontate dagli anziani davanti alle porte di casa.
Ricordare che ogni borgo aveva un forno, una bottega, una scuola, una fontana, una stalla e un campanile.
Ricordare che quelle pietre non sono soltanto pietre.
Sono state case.
Sono state famiglie.
Sono state partenze.
Sono state ritorni e allora può succedere che, dopo aver camminato per un paese quasi vuoto, dopo aver mangiato una fetta di pane con il formaggio, dopo aver ascoltato un organetto suonare nella piazza e aver visto quattro bambini correre dietro a un pallone, tu possa pensare che in fondo la Laga non ha bisogno di diventare la Riviera Romagnola.
Le basta continuare a essere se stessa.
Con le sue feste improvvisate, le sue sagre interminabili, le sue discussioni sul nulla, le sue montagne troppo alte, le sue strade troppo strette, i suoi anziani che ricordano tutto e i suoi giovani che devono ancora decidere se restare o partire e quando qualcuno ti chiede che cosa ci sia da fare, quassù, d’estate, puoi rispondere semplicemente:
Niente ed è proprio questo il bello.
Perché dopo una vita passata a correre, produrre, consumare, prenotare, organizzare e arrivare sempre da qualche parte, nella Laga puoi finalmente sederti davanti a una fontana, guardare una montagna e non fare assolutamente nulla.
Che, di questi tempi, è quasi una forma di rivoluzione.
Vittorio Camacci
La Laga torna a giocare
- Dettagli
- Categoria: Notizie
- Visite: 147
A Cagnano la Laga torna a giocare: successo per i “Giochi senza Confini”
CAGNANO DI ACQUASANTA TERME – Una splendida giornata di sole ha fatto da cornice, domenica 9 agosto, ai “Giochi senza Confini”, disputati presso gli impianti sportivi di Cagnano nell'ambito del Festival Culturale dei Borghi Rurali della Laga. Una giornata di sport, allegria e tradizione che ha riunito le diverse comunità che partecipano al Festival, mettendo a confronto i protagonisti in tre giochi popolari di un tempo: il lancio dello stivale, la corsa con la conca e il saltarello.
Ad aprire le competizioni è stato il lancio dello stivale, dove in campo maschile è arrivato lo straordinario en plein della squadra di casa dell'Associazione Villa Cagnano, capace di conquistare tutti e tre i gradini del podio con Marco Feliziani, primo classificato, Luciano Valori, secondo, e il veterano Luigi Feliziani, terzo. Tra le donne ha invece dominato la “Valkiria” di Colle Falciano Sonia Nespeca, davanti alle capodacquare Ilaria Angeletti e Berardina Di Cesare.
Nella combattutissima corsa con la conca è arrivata la rivincita di Ilaria Angeletti, portacolori di Capodacqua Viva, che ha conquistato il primo posto precedendo Sonia Nespeca, questa volta in rappresentanza de Le Ville sul Tufo, e Jessica Ribichini di Paggese. Per Ilaria una giornata particolarmente felice, anche in vista del prossimo importante appuntamento che la vedrà protagonista nei panni della Regina Giovanna del Castello di Arquata.
A chiudere le gare è stato il saltarello, davanti a una severa e qualificata giuria. Ad imporsi sono stati Paris Orsini e Barbara Diletti di Rocca Santa Maria, marito e moglie nella vita, protagonisti di una bellissima esibizione che ha saputo unire ritmo, affiatamento e tradizione. Secondo posto per Annalisa e Maria di Paggese, mentre sul terzo gradino del podio è salito il formidabile quartetto della Commissione Pari Opportunità di Teramo.
Tra una gara e l'altra non poteva naturalmente mancare il momento conviviale. L'Associazione Villa Cagnano, padrona di casa, ha preparato e offerto il pranzo ai partecipanti, trasformando la manifestazione in una vera festa di comunità. Perché questo è forse il significato più bello dei “Giochi senza Confini”: competere sì, ma soprattutto ritrovarsi, conoscersi, condividere e riscoprire insieme quelle tradizioni popolari che appartengono alla memoria dei nostri borghi.
Un sentito ringraziamento va all'Associazione Villa Cagnano, all'Associazione Laga Insieme, all'Associazione Alto Tordino e al Comune di Acquasanta Terme per il prezioso supporto logistico e materiale, e a tutti coloro che si sono prodigati per la riuscita dell'iniziativa, in particolare: Domenico Cornacchia, Armando Nanni, Domenica Gaspari ed Emidio Piccinini e tutti gli sponsor.
A Cagnano, per una giornata, i confini sono davvero scomparsi. Sono rimasti soltanto i paesi, le persone, le tradizioni e la voglia di stare insieme e questa, più di ogni medaglia, è stata la vittoria più bella dei “Giochi senza Confini”.
Vittorio Camacci