Semplicemente...Capodacqua - di Vittorio Camacci
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" Che morso da affamato, da squalo, da cancro ha la lontananza."
Capodacqua si distende come un respiro sospeso tra cielo e terra, un luogo dove il tempo si piega su se stesso tra vuoti, quello che resta di poche macerie, tubi di acciaio e case isolate lungo la provinciale che sale a Forca Canapine, dove poche abitazioni rinate appaiono più come isole di vita che come vere case, circondate dal vasto cantiere in cui il grande scavo dell’acquedotto pulsa come un cuore invisibile pronto a donare linfa a strade deserte e piazze che ricordano. In mezzo a questo paesaggio di ferro, cemento, fango e rivoli d'acqua, qui l' acqua è da tutte le parti, emerge l’antico tempietto ottagonale della Madonna del Sole, la pietra modellata da mani dimenticate che riflette il sole come se custodisse segreti antichi, perché l’ottagono stesso, ponte tra il quadrato della Terra e il cerchio del Cielo, non sembra una semplice forma architettonica ma un simbolo vivo e silenzioso tra ciò che fu e ciò che sarà, le sue superfici raccontano storie di luce e ombra, di sole e luna che si intrecciano in un linguaggio che parla al cuore prima che agli occhi, mentre i simboli scolpiti sulla facciata sembrano parlare di eternità e provvisorietà, di cicli che si chiudono e si riaprono. Quando la notte cala, la luna piena si riflette nei tubi argentati del grande cantiere idrico e il silenzio diventa denso, quasi tangibile, le luci intermittenti dei fari disegnano ombre che si allungano come antenati senza volto che camminano tra le impalcature, mentre, dentro le mura restaurate del tempietto le immagini della Vergine tra le nuvole, la Deposizione, l’Assunzione e la Madonna del Sole con il Bambino seduto in trono raccontano di confini segnati da apparizioni nella nebbia e di miracoli che un tempo fermarono battaglie per pascoli, intrecciando acqua, pietra e memoria in una tela sacra che nessuna polvere di cantiere potrà cancellare ed è come se le figure dipinte non fossero semplici affreschi ma presenze vive, testimoni di un passato che rifiuta l’oblio e di un futuro che chiede di farsi strada tra le rovine. Capodacqua non è solo un cantiere fatto di rumore di betoniere e gru che lavorano incessanti, ogni colpo di martello sembra segnare un passo verso un domani possibile, è il respiro lento dei tubi che si intrecciano sotto terra in vista dell’acquedotto, è la promessa delle reti di luce e servizi che un giorno illumineranno le vie e le piazze che oggi sono solo ferro e polvere, è la brezza notturna che attraversa il tempietto e pare sussurrare cosmologie antiche, una voce che parla di una comunità ancora viva, di un luogo che non è morto ma in attesa, dove ogni simbolo scolpito, ogni raggio di luna riflesso nella pietra e ogni affresco restaurato suggerisce che il futuro non è soltanto case da costruire e tubi da interrare ma narrazioni di memoria e promessa, perché Capodacqua sotto la volta stellata sembra interrogare se stessa e il tempo stesso, come se il tempietto pulsasse come un cuore antico e le immagini sacre fossero presenze vive. Io sento l' anima di questo paese sospeso tra ieri e domani che continua a respirare, tra ombra e luce, in attesa di voci, di passi, di acqua che scorre e di case finalmente abitate.
Vittorio Camacci
Arrivò anche Gesù - di Vittorio Camacci
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Gesù arrivò il lunedì santo che non lo aspettava nessuno.
Non c’erano palme, né folla, né asini. C’erano transenne arrugginite, cartelli scoloriti e un vento cattivo che portava odore di muffa e calcinacci. Il cratere non era più una ferita: era diventato abitudine.
Scese a piedi, Gesù, lungo una strada rattoppata male, passando davanti a una chiesa puntellata con i tubi Innocenti, che sembrava un vecchio con le stampelle. Nessuno lo riconobbe. Lo presero per uno di quelli: uno sfollato di ritorno, uno che non ha fatto in tempo ad andarsene, uno rimasto incastrato tra le promesse.
Si fermò e già questo fu strano.
Nel cratere nessuno si ferma davvero: o si corre dietro a una pratica, o si aspetta qualcosa che non arriva. Gesù invece stava. Immobile. Come se quel posto fosse sacro proprio così, sventrato.
Il martedì entrò in una SAE. Non bussò. Dentro c’era una donna anziana, con l’ossigeno che faceva più rumore dei pensieri. Lui si sedette. Non disse niente. Le prese la mano. Lei non guarì. Ma per la prima volta da anni non si sentì di troppo.
Il mercoledì lo videro al bar prefabbricato. Bevve un caffè insieme a quelli che non avevano avuto la casa perché “la pratica era incompleta”, perché “mancava un documento”, perché avevano detto la verità nel momento sbagliato. Gesù ascoltava. Non difendeva. Non spiegava. Non prometteva. Stava lì in mezzo a loro.
Il giovedì santo non lavò i piedi a nessuno. Nel cratere i piedi sono già troppo sporchi. Fece di peggio: si sedette a terra, tra le macerie, mangiò pane e companatico con chi non era invitato alle inaugurazioni, con chi non entrava nelle foto, con chi aveva imparato a non sperare più per non farsi male.
In quel posto, senza parole, fece capire che quello era il suo corpo: stare dove nessuno vuole stare.
Il venerdì lo processarono senza accorgersene. "Ma tu chi sei veramente?"
“Che ci fai ancora qui?”
“Non è ora di andare avanti?”
“Così alimenti il vittimismo.”
Lo crocifissero con le frasi giuste, quelle educate, quelle che non lasciano lividi visibili. Gesù non rispose. Non scese dalla croce del silenzio. Nel cratere il silenzio pesa più del legno.
Il sabato fu il giorno peggiore.
Nessun segno. Nessuna luce. Solo il vuoto, che nel cratere è una specialità. Gesù restò sottoterra, insieme alle case crollate, alle relazioni rotte, ai nomi dimenticati nelle graduatorie. Restò dove restano i morti senza lapide.
Poi venne la domenica.
Non ci fu resurrezione spettacolare. Nessun sepolcro aperto.
Ma qualcuno si accorse che una cosa era cambiata: gli esclusi non erano più soli come prima. Non perché il cratere fosse risanato, ma perché qualcuno aveva abitato fino in fondo il disastro senza scappare.
Gesù non sistemò le case.
Non accelerò la ricostruzione.
Non punì i colpevoli.
Fece una cosa più pericolosa: restò.
Come sempre insegnò che la speranza non è uscire dal cratere, ma scoprire che anche lì, nel punto più basso, Dio ha deciso di stare immobile accanto agli ultimi e da quel giorno, chi nel cratere riesce ancora a fermarsi, ogni tanto lo incontra.
Non lo riconosce subito.
Ma sente che il silenzio, finalmente, non è vuoto.
Vittorio Camacci
Se Civitella non fosse caduta - racconto ucronico di Vittorio Camacci
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Il treno Milano–Napoli si ferma, come da protocollo, alla stazione di Porto d’Ascoli, ultimo scalo del Regno d’Italia Settentrionale.
Oltre il fiume Tronto comincia un altro Paese, la Confederazione Borbonica del Sud e, a quanto dicono, anche un altro tempo.
Il controllore passa tra i sedili con tono cerimoniale: “Chi prosegue deve cambiare convoglio. Lì comincia il Regno delle Due Sicilie, signori.”
Scendo con la mia borsa da inviato de La Stampa Torinese.
Un cartello di ferro battuto accoglie i viaggiatori:
“Benvenuti nel Regno delle Due Sicilie – Dio, Patria, Famiglia e Mare.”
Un doganiere con giacca blu e stemma reale mi controlla i documenti.
— “Settentrionale?”
— “Sì. Giornalista.”
— “Ah, uno di quelli che scrive che viviamo nel Medioevo.”
Sorride, ma non è ironico.
Mi timbra il passaporto con un colpo secco:
— “Benvenuto nel futuro antico.”
Prima di proseguire verso Napoli, decido di fare tappa a Civitella del Tronto, che nella mia scuola era solo una nota a piè di pagina nei manuali di storia.
Qui, invece, è un santuario nazionale.
La fortezza appare all’improvviso, distesa sulla sommità di un colle calcareo come una nave di pietra.
Le mura, le feritoie, le piazze d’armi: tutto è intatto.
Una targa all’ingresso recita:
“1861 — Qui il generale Gennaro Ritucci resistette all’invasione piemontese. Qui finì l’ambizione del Nord e nacque la libertà del Sud.”
Un giovane custode, con divisa color sabbia e giglio borbonico sul petto, mi accompagna nel cammino di ronda.
Mi racconta che, quando Torino pensava di aver già vinto, Ritucci raccolse ciò che restava dell’esercito reale e si asserragliò qui.
Per mesi i Savoia bombardarono la rocca, ma non riuscirono ad espugnarla.
Il 20 marzo 1861, gli ultimi cannoni piemontesi tacquero.
Fu la vittoria decisiva dei Borbone.
Dalla terrazza alta, guardo la valle del Tronto stendersi come una frontiera naturale.
“Da qui,” dice il custode, “è rinata la nostra nazione. Civitella è la nostra Betlemme di pietra.”
Ogni anno il sovrano sale a rendere omaggio alla croce che Ritucci fece piantare sul bastione meridionale:
“Finché resta pietra su pietra, Civitella non cadrà.”
E non cadde mai.
Proseguo verso Napoli.
La campagna abruzzese e poi quella campana scorrono come pagine di un libro antico: ulivi, campanili, masserie bianche.
I cartelli stradali alternano italiano, spagnolo e latino.
Qui il tempo è un cerchio: non corre, ruota.
Napoli mi accoglie in silenzio.
Non è la città caotica dei miei stereotipi.
Tram lenti, palazzi restaurati, insegne in legno.
Sulla collina del Vomero, il Palazzo Reale ospita il Parlamento Borbonico.
Sventola il vessillo bianco con il giglio d’oro.
Al Caffè Gambrinus incontro Lucia d’Alba, professoressa di filosofia.
— “Qui la modernità è scegliere cosa non cambiare,” mi dice.
— “E non vi pesa essere fuori dall’Unione Europea?”
Ride.
— “Abbiamo l’Unione Latina. Produciamo meno, ma viviamo meglio.”
Poi, guardandomi negli occhi:
— “Voi avete la velocità. Noi abbiamo la memoria.”
Mi racconta che ogni giovane del Regno visita Civitella almeno una volta.
“Lì impari che si può vincere anche senza conquistare. Che la pietra più dura è la pazienza.”
Passeggiando sul lungomare, vedo navi a vela ibrida con pannelli solari: i Cantieri Reali del Tirreno costruiscono imbarcazioni per crociere ecologiche.
Un cartello recita:
“La macchina serve l’uomo, non lo sostituisce.”
Un anziano mi ferma.
— “Da dove viene, signore?”
— “Dal Nord.”
— “Ah, dal regno delle fabbriche. Qui invece contiamo le albe e i raccolti.”
Mi racconta che ogni comune stabilisce da sé le imposte e che i Borbone non hanno mai dimenticato il legame con la terra.
Roma, nel frattempo, è rimasta Stato Pontificio: neutrale, rispettato, inviolato.
La sera, dal belvedere di Posillipo, la città brilla come un presepe.
Sulle cupole delle chiese, le croci di ferro forgiate con i cannoni di Civitella riflettono la luna.
Penso al Nord: ai treni che corrono, ai palazzi di vetro, alla fretta che tutto divora.
Qui tutto è curvo, paziente, umano.
Forse i Borbone, vincendo quella guerra di secessione, hanno vinto qualcosa di più profondo: la battaglia contro l’oblio.
Il mattino dopo, il treno si ferma di nuovo sul ponte del Tronto.
Un giovane ufficiale borbonico mi restituisce il passaporto.
— “Allora, com’è andata nel nostro Regno?”
— “Diverso da come immaginavo,” rispondo. “La vostra Civitella non è solo una fortezza: è una lezione di tempo.”
Sorride.
— “È il tempo che non si arrende, signore. Da noi, la storia non si scrive: si custodisce.”
Il fiume scorre tra le due sponde, come una cicatrice e come una promessa.
( A volte sogno e penso che la mancata unità sia stata una grazia: il nord ha mantenuto la sua vocazione progressista mentre il sud la sua vera anima).
Vittorio Camacci
Lu segnale - di Vittorio Camacci
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Il professore aveva avuto un’idea che gli sembrava quasi eroica: portare una classe di liceo a fare una giornata di contatto con la natura sui Monti della Laga.
«Ragazzi» aveva annunciato a scuola «faremo una piccola esperienza di sopravvivenza. Cammineremo, accenderemo un fuoco, osserveremo la montagna.»
Uno studente aveva alzato la mano.
«Prof, ma… la connessione com’è?»
Il professore non rispose.
Il pullmino li lasciò sulla piazzola dopo la brecciata proprio sotto il Comunitore. L’aria era limpida, l’erba si muoveva nel vento e il bosco scendeva scuro verso la valle.
I ragazzi scesero dal pullmino guardando i telefoni.
Passarono dieci secondi.
Poi arrivò la sentenza.
«Prof.»
«Dimmi.»
«Non c’è campo.»
Il professore guardò la montagna.
«C’è tutto il resto.»
I ragazzi non sembravano convinti.
Proprio in quel momento comparve un vecchio pastore. Saliva piano lungo il pendio con il bastone, seguito da un piccolo gregge.
Il professore tirò un sospiro di sollievo.
«Buongiorno!»
Il vecchio annuì.
«Bongiorne!»
Uno studente si avvicinò subito.
«Scusi… qui dove si prende il segnale?»
Il pastore strinse gli occhi.
«Lu segnàle?»
«Sì… internet.»
Il pastore guardò il cielo, poi la montagna, poi le pecore.
«E che è? Nu tipe de vinde?»
I ragazzi si guardarono tra loro.
«Questo non ha il Wi-Fi» sussurrò uno.
Il professore decise di iniziare la lezione.
«Bene ragazzi. Prima cosa: accendere un fuoco.»
Tirò fuori un accendino e qualche ramo secco.
Silenzio.
Una ragazza chiese:
«Prof… ma il tutorial?»
«Quale tutorial?»
«Quello per accendere il fuoco.»
Il professore guardò il pastore.
Il pastore guardò le pecore.
Le pecore sembravano più preparate.
Dopo un po’ di tentativi la fiamma nacque davvero. Piccola, ma vera.
I ragazzi si avvicinarono stupiti.
«Oh…»
«Funziona.»
«E non serve la corrente.»
Il pastore ridacchiò.
«Eh bè… lu fuche ije antìche.»
Poi il professore disse:
«Adesso saliamo fino alla cima.»
Partirono.
Dopo dieci minuti uno studente ansimava.
«Prof… ma non c’è una versione più corta della montagna?»
Il pastore lo guardò.
«Aoh… quessa è la zamba, fije.»
Arrivarono su un punto alto. Davanti a loro si aprivano valli, boschi e crinali che correvano fino all’orizzonte.
Il vento muoveva l’erba.
I campanacci delle pecore suonavano piano.
Il professore disse:
«Guardate.»
I ragazzi guardarono.
Poi uno gridò:
«Aspettate!»
«Che c’è?»
«Qui prende!»
Alzò il telefono.
Una tacca.
Esplosione di entusiasmo.
«Ragazzi!»
«C’è campo!»
«Veloci!»
In pochi secondi erano tutti fermi con i telefoni alzati verso il cielo come se stessero pregando una divinità invisibile.
Il pastore osservava la scena.
Poi si avvicinò al professore e sussurrò:
«Ma che stanne a fa’?»
«Cercano il segnale.»
Il pastore annuì serio.
«Cumma li pecora quann cerchene lu sale.»
Il professore si sedette su una pietra.
«Sto cercando di insegnargli la natura.»
Il pastore si sedette accanto.
«Eh… è na fatija grossa.»
In quel momento accadde una cosa diversa.
Un ragazzo era seduto su un sasso un po’ più in là.
Guardava le montagne.
Il telefono gli si spense.
Batteria finita.
Non disse nulla.
Restò lì.
Guardava il vento tra i faggi.
Il pastore gli si avvicinò.
«Che è success?»
«Si è scaricato.»
«E mo’?»
Il ragazzo alzò le spalle.
«Mo… guardo.»
Il pastore sorrise sotto i baffi.
Il professore sospirò.
Forse qualcosa stava entrando nella testa di qualcuno.
Mentre tornavano verso il pullmino, però, uno degli studenti fece l’ultima domanda.
«Prof… la prossima volta possiamo venire con il Wi-Fi portatile?»
Il pastore si fermò.
Lo guardò.
Gli mise una mano sulla spalla.
«Sta’ tranquill, fije…»
Il ragazzo sorrise sollevato.
«Davvero?»
Il pastore annuì.
Poi gli assestò un sonoro scapaccione sulla nuca.
«Quiste da nuje se chiama lu segnàle! Lu svejia-mammocce»
Il ragazzo rimase di sasso.
Il pastore concluse serio, in perfetto dialetto di montagna:
«Iete a scacchia' li faciulitte… Mannaggia lu diavele che va fatte! Pover'a me!»
Il professore non riuscì a trattenere una risata.
Le pecore continuarono a pascolare.
Il vento scese dalla cresta e sulla montagna, per un attimo, sembrò che il vero segnale fosse arrivato davvero.
Vittorio Camacci