Ascoli e i cinque sensi
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Il 13 luglio appuntamento con “Ascoli e i cinque sensi”
Lunedì 13 luglio, con partenza alle ore 21 da Piazza Matteotti ad Ascoli Piceno sotto la statua di Cecco d’Ascoli, si svolgerà un nuovo percorso culturale promosso da Unione Sportiva Acli Marche. La manifestazione rientra nell’ambito del progetto “SSC – Social smart city” del Comune di Ascoli Piceno, sviluppato grazie al bando “Educare in comune” e coordinato dalle Acli provinciali per rafforzare la rete territoriale del welfare comunitario.
L’iniziativa, dal titolo “Ascoli e i cinque sensi”, propone un’esperienza di visita che invita i partecipanti a riscoprire la città attraverso una percezione più completa e coinvolgente. Grazie alla presenza di una guida turistica abilitata, il percorso permetterà di osservare dettagli architettonici spesso trascurati, ascoltare storie e curiosità legate ai luoghi visitati, percepire profumi e atmosfere dei vicoli e delle piazze, fino a cogliere suggestioni tattili e sensoriali che rendono unico il centro storico ascolano. Un modo diverso, più immersivo e partecipato, per conoscere Ascoli Piceno e il suo patrimonio culturale.
La partecipazione è gratuita, con un massimo di 100 posti disponibili. Per iscriversi è necessario inviare un messaggio al numero 3939365509 indicando nome e cognome entro il 12 luglio. In caso di pioggia la manifestazione sarà rinviata ad altra data.
Lezioni gratuite di yoga a Rotella
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Dal 13 luglio al 31 agosto lezioni gratuite di yoga a Rotella
Dal 13 luglio al 31 agosto, a Rotella, si svolgerà un ciclo di lezioni gratuite di yoga tenuto dagli insegnanti del Centro Hara Scuola di Yoga, in collaborazione con il Comune di Rotella e con il coordinamento dell’U.S. Acli provinciale Aps. Le attività si terranno ogni lunedì, dalle 19 alle 20, presso Piazzale Europa – Area Dancing. Lo yoga proposto è un metodo dolce e accessibile, basato su respirazione, mobilità articolare e posture che favoriscono equilibrio, concentrazione e benessere generale. Praticare yoga nel tardo pomeriggio è particolarmente utile: secondo uno studio pubblicato sul Journal of Physical Activity and Health, una sessione serale riduce i livelli di cortisolo e favorisce un più rapido recupero dallo stress accumulato durante la giornata lavorativa. La pratica serale migliora inoltre la qualità del sonno e aiuta a ristabilire un ritmo psicofisico più armonico. Per informazioni o iscrizioni è possibile contattare il numero 3934836897.
La festa di ra barca - di Vittorio Camacci
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Partii da Sanremo di buon mattino, quando il mare ha ancora quel colore incerto tra il sonno e la luce. La strada che sale verso Bajardo si arrampica decisa, lasciandosi alle spalle il profumo salmastro per entrare lentamente nei boschi. Da cronista, tornavo ancora una volta a raccontare Festa Ra Barca, ma questa volta con la sensazione che la storia di Angelina meritasse di essere ascoltata fino in fondo.
Arrivai in paese che già si respirava un’aria sospesa. Non era solo festa: era memoria viva e la memoria, qui, ha il volto di una ragazza.
Mi fermai a parlare con un anziano, seduto su un muretto, lo sguardo perso verso i monti. “Angelina non era una qualunque,” mi disse piano. “Era la figlia del conte, ma soprattutto era una che aveva scelto l’amore.”
La leggenda racconta che ai tempi delle Repubbliche marinare, quando i boschi di Bajardo fornivano legname prezioso alla Repubblica di Pisa, tre uomini arrivarono in paese per controllare i carichi destinati alle navi. Non erano semplici marinai, forse dignitari, forse uomini di fiducia e come spesso accade nelle storie vere travestite da leggenda, non portarono via solo legname.
Si innamorarono.
Tre figlie del conte, tre amori segreti. Ma quello di Angelina era diverso. Non aveva prudenza, non aveva paura. Era fatto di attese rubate e incontri furtivi, lungo quello che oggi chiamano ancora viale degli Innamorati.
Immaginai quella notte.
Il paese addormentato, il silenzio dei boschi e lei che esce piano dalla casa del padre, senza voltarsi indietro. Sa che sta scegliendo e sa anche cosa rischia. L’amore, in certe storie, non è mai una cosa leggera.
Il giovane pisano la aspetta. Deve partire. La nave, “ra barca”, è pronta sulla costa. Non c’è tempo per promesse lunghe: solo una decisione.
Fuggire.
Ma il conte scopre tutto e qui la leggenda si fa dura, senza sconti. Non c’è perdono, non c’è esitazione. L’onore, il potere, la rabbia: tutto si mescola. Parte all’inseguimento, armato.
Li raggiunge al Passo Ghimbegna e lì accade il gesto che ha attraversato i secoli.
Un colpo netto. Senza parole.
Angelina cade e con lei quell’idea di amore che aveva sfidato tutto. Il luogo, raccontano, prese il nome di Pian Chissora, dall’esclamazione dei marinai: “chissà ora…”, quasi a dire che da quel momento nulla sarebbe stato più come prima.
Ma la storia non finisce con la morte.
È questo che a Bajardo si sente forte.
Gli abitanti, impietositi, o forse indignati, raccolgono il corpo della ragazza. Lo avvolgono in un manto bianco e lo portano fin su, verso il castello. È un gesto potente: non stanno solo seppellendo una figlia, stanno imponendo al conte di riconoscerla, di darle dignità anche dopo avergliela negata in vita.
Da quel momento, Angelina non è più solo la figlia del conte. Diventa memoria collettiva.
Il pino che vedo oggi in piazza, con quella fronda verde in cima, non è solo un albero: è una testa, è un simbolo, è un modo per dire che quella storia non si è mai chiusa davvero.
Quando iniziarono a issarlo, il brusio si spense. Le funi tese, le braccia coordinate, il tronco che si solleva lentamente. Sembrava davvero un albero maestro che prende il vento.
Qualcuno iniziò a cantare.
La ballata di Ra Barca non è solo musica: è teatro dell’anima. Nelle sei parti si sente tutto. L’innamoramento leggero, la speranza, il dubbio, il lamento… e poi il dramma. Quando arriva quel passaggio, lo si percepisce anche senza capire ogni parola: le voci cambiano, si fanno più dure, più profonde e lì, per un attimo, sembra davvero di essere su quel passo, in quella notte.
Mi ritrovai a girare anch’io attorno all’albero, nel “girà ‘ra barca”. Un passo dopo l’altro, in senso orario e poi contrario, come se si volesse riavvolgere il tempo. Come se, girando abbastanza, si potesse cambiare il finale.
Ma il finale non cambia.
Passò una settimana e tornai per l’ultimo giorno.
Quando il tronco venne abbattuto, ci fu lo stesso rispetto che si ha per qualcosa che ha avuto un’anima. Poi però, come sempre accade nei paesi, la vita riprese subito il sopravvento.
L’asta.
Il Gran Cerimoniere chiamava le offerte, e la gente rilanciava con decisione. Quel legno, così perfetto, faceva gola. Ma non era solo per il materiale: era per portarsi a casa un pezzo di quella storia e fu proprio lì che sorrisi.
Perché quella scena, così intensa, così partecipata… mi era fin troppo familiare. Anche al mio paese, alla fine della festa, il tronco viene messo all’asta. Non abbiamo Angelina, non abbiamo conti né marinai pisani, ma abbiamo lo stesso spirito: le voci che si accavallano, le offerte che salgono, qualcuno che non molla fino all’ultimo.
Cambia la leggenda, ma non cambia il cuore.
Scendendo verso Sanremo, con il mare che riappariva tra le curve, pensai che forse è proprio questo il senso di tutto. Le storie come quella di Angelina servono a dare forma al tempo, a renderlo raccontabile.
I gesti, issare un albero, girarci intorno, metterlo all’asta, servono a non dimenticare.
Perché in fondo, ogni paese ha la sua “barca” e ognuno, a modo suo, continua a farla salpare.
Vittorio Camacci
Dalla Laga all'Himalaya - di Vittorio Camacci
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Furono catturati in centinaia e per anni nessuno pronunciò più il loro nome.
Erano ragazzi della Laga. Venivano da Arquata del Tronto, Acquasanta Terme, Valle Castellana, Rocca Santa Maria, Cortino, Crognaleto, Capitignano, Campotosto, Montereale, Accumoli e Amatrice. Erano figli delle pietraie, dei castagneti, dei pascoli che salgono verso le creste dei Monti della Laga e guardano sia al Gran Sasso che ai Monti Sibillini. Classi diverse, stessa schiena temprata dalla montagna, stesso vento addosso fin da bambini.
Quando le linee cedettero tra il 1941 e il 1943 finirono nelle mani degli Alleati. Come centinaia di migliaia di militari italiani divennero POW, prigionieri di guerra. Furono dispersi in tutto il mondo: nei campi della Gran Bretagna, nelle fattorie degli Stati Uniti, in Sudafrica, in Australia, in India. Un’intera generazione sradicata e sparsa oltre oceano. Anche per i ragazzi della Laga il destino prese strade lontane, troppo lontane per essere immaginate da chi era cresciuto guardando sempre lo stesso orizzonte di montagne.
L’8 settembre 1943 accese una speranza. L’armistizio sembrò promettere un ritorno rapido. Ma per la maggior parte di loro non cambiò nulla. Rimasero nei campi ancora per anni, sospesi in una terra di nessuno giuridica e morale: non più nemici dichiarati, non ancora uomini liberi. La prigionia continuò fino al 1946. Non furono campi di sterminio. Furono campi di attesa e l’attesa, per un montanaro abituato al lavoro e al silenzio, può pesare più del freddo.
Intanto a casa il mondo crollava. Il fascismo che li aveva mandati in guerra si dissolveva. I paesi della Laga cambiavano volto. Ma loro restavano dietro il filo spinato, con la giovinezza sequestrata prima dalla guerra e poi dal tempo.
Per molti la prigionia significò campagne inglesi, pianure americane, lavori agricoli sotto sorveglianza. Per altri, invece, il viaggio proseguì ancora più lontano.
Li imbarcarono verso l’Egitto, poi oltre, fino all’India. Un viaggio lungo come un esilio. Dopo un primo campo nel sud, li portarono a Yol, nel nord dell’India, non lontano da Dharamsala, ai piedi della catena del Dhauladhar. Il campo stava a circa 1200 metri, circondato da reticolati e torrette. Le baracche erano di legno, sei letti per stanza, separé fatti con coperte militari. La vita scorreva tutta uguale: appello, rancio, attesa, chiacchiere, ancora appello.
Eppure, tra quei reticolati, i montanari della Laga ricrearono una piccola patria. Chiamavano la loro baracca “Picco di Macina”, come un pendio sopra il paese e la sera parlavano dei castagni, delle greggi portate a pascolare verso il Farneto, della neve che isolava tutto e però non faceva paura, perché era la loro.
Impararono a fare di tutto. Con il filo del reticolato costruivano gabbiette per uccelli. Con le lenzuola rattoppate cucivano sacchi e tende. Mettevano da parte un cucchiaio di zucchero al giorno per farne scorta. Un professore torinese insegnava inglese e un maggiore veneto spiegava matematica. “Se non puoi cambiare la prigionia, cambia te stesso”, diceva Narciso, che aveva studiato un poco prima della leva.
Dopo l’armistizio, la disciplina si allentò. Con permessi chiesti mesi prima, poterono uscire senza scorta, a piccoli gruppi, per camminare sui monti attorno al campo. Non era libertà vera, ma ci somigliava e per tre uomini cresciuti sotto le creste della Laga quella somiglianza bastava.
La prima volta salirono fino a 2600 metri. Vedere il campo dall’alto li fece tremare: le baracche zincate erano diventate giocattoli, i reticolati fili sottili. “La montagna è più grande di qualsiasi prigione”, disse Mariano, che da ragazzo aveva fatto il carbonaio. Tornarono con gli occhi accesi.
Prepararono un’uscita più ambiziosa. Cucirono una tenda con brandelli di tela militare, fabbricarono una borraccia da un barattolo, misero da parte riso, soia, un po’ di margarina. Salirono verso un passo oltre i quattromila metri, tra rododendri arborei e lastre d’ardesia posate nei secoli dai montanari locali. Incontrarono pastori che scendevano verso la pianura con le greggi, attraversando valichi oltre i 4000 metri. I pastori chiesero perché volessero salire “lassù, tra neve e dèi”. I tre si guardarono e sorrisero: come si spiega a un uomo libero che sei prigioniero e che salire è l’unico modo per non sentirti tale?
Raggiunsero il passo a più di 4200 metri. Davanti a loro si apriva un mare di cime, e tra le nubi comparivano profili lontani dell’Himalaya. Il vento era tagliente, il fiato corto. Bevvero un sorso di grappa distillata di nascosto nel campo. Non dissero molto. Restarono in silenzio, come si fa davanti alle cose grandi.
Al tramonto, una luce rosa incendiò le rocce. Giovanni, che da ragazzo aveva visto arrossarsi le pareti del Gran Sasso in certe sere limpide, sussurrò una parola che gli inglesi non avrebbero mai capito: enrosadira. Per un istante non erano più in India. Erano sopra le case di pietra della Laga, con il fumo che saliva dai comignoli e il vento che portava odore di legna.
Tornarono al campo prima delle diciotto, per evitare punizioni. Rientrarono tra i reticolati con la schiena stanca e un segreto nel petto. Avevano aperto uno spiraglio.
Rimasero in India fino al ’46. Quando finalmente tornarono ai loro paesi della Laga trovarono montagne identiche e un mondo diverso. Non parlarono molto di quei giorni. Ma chi li vedeva salire ancora, anni dopo, verso le creste sopra il Tronto o verso i pascoli alti tra Abruzzo e Marche, capiva che su quelle cime lontane avevano imparato una cosa semplice e ostinata: che la libertà non è solo un luogo. È uno sguardo che nessun reticolato può trattenere.
Vittorio Camacci