Sulla Laga, una volta, il matrimonio era una faccenda semplice.
Non povera. Semplice. Che è diverso.
Si sposavano tutti: il muratore, il pastore, quello che aveva tre pecore e quello che ne aveva cinquanta e soprattutto si sposavano senza trasformare gli invitati in vittime di un sequestro economico.
Nel paese di Aspettaespera quattro case, due galline anarchiche e un vecchio che stava seduto davanti al bar dal 1987 senza che nessuno avesse mai capito se fosse vivo o un monumento comunale, si sposò, nel 1989, Tonino detto “Lu Friscarellu”.
La mattina del matrimonio la gente arrivava a piedi.
Chi con la camicia buona.
Chi con la giacca presa in prestito dal cognato.
Chi direttamente col vestito della cresima perché “tanto ancora mi entra”.
La cerimonia durava venti minuti.
Il prete sudava, i bambini piangevano, una zia sveniva puntualmente per il caldo e qualcuno bestemmiava piano quando il fotografo col flash accecava i presenti davanti alla statua della Madonna.
Poi tutti al ristorante.
Che non era “location”.
Era “Da Cesira”.
Un posto con le sedie spaiate e il vino rosso servito nelle bottiglie della gassosa riciclate dal 1972.
Menù:
- antipasto con un po' di tutto
- timballo
- chitarrina alla teramana con le pallottine
- arrosto misto
- insalata triste
- pizza dolgge che che sapeva contemporaneamente di alchermes e di cemento
Costo del regalo: “quello che puoi”.
C’era chi lasciava centomila lire.
Chi cinquanta.
Chi un servizio di piatti con ancora l’adesivo dell’UPIM e gli sposi erano felici lo stesso.
Alle cinque del pomeriggio già mezzo paese russava sotto casa, mentre gli altri giocavano a carte e lo zio Fernando, completamente ubriaco, cantava canzoni di Celentano seduto sopra una carriola.
Fine.
Matrimonio riuscitissimo.
Oggi invece no.
Oggi sulla Laga non ti sposi.
Organizzi il Festival di Sanremo patrocinato da Instagram.
Il mio amico Cristian, per esempio, ha deciso di sposarsi l’anno scorso.
Appena annunciata la data, è comparso il gruppo WhatsApp:
" WEDDING EXPERIENCE CRISTIAN & KETTY "
Già la parola “experience” mi ha fatto venire la dissenteria.
L’organizzatore era il testimone, un geometra invasato che parlava come un motivatore finanziario di Dubai.
“Ragazzi, dobbiamo creare un ricordo memorabile.”
Io volevo solo mangiare due olive ascolane e tornare a casa.
Macché.
Parte subito il programma:
– addio al celibato in glamping di lusso sul Gran Sasso
– rafting “emozionale”
– apericena tribal chic
– maglietta personalizzata con scritto “TEAM CRISTIAN”
– noleggio jeep vintage per le foto “wild elegance”
Totale: 840 euro.
Per dormire in una tenda.
Mio nonno dormiva nelle stalle gratis e almeno aveva il latte caldo.
Il matrimonio poi si teneva in un “borgo diffuso ecosostenibile” sulla Laga.
Tradotto: quattro ruderi ristrutturati con le lampadine appese ai fili e le sedie di legno scomode come confessionali medievali.
Dress code obbligatorio: “Country chic dai toni salvia e sabbia.”
Io sembravo un sacco dell’umido biologico.
La mia compagna ha girato sei negozi per trovare un vestito “color tortora opaco elegante ma naturale”.
Ha speso più lei per sembrare casual che io per prendere la macchina.
Arriviamo lì.
Parcheggio a un chilometro e mezzo.
Navetta con un tizio barbuto che diceva: “Benvenuti nell’esperienza sensoriale dell’amore.”
Io volevo solo sapere dov’era il bagno.
Gli sposi entrano con la musica dei Coldplay, accompagnati da droni, violinisti e una fumata artificiale che pareva l’elezione del Papa.
La nonna dello sposo, ottantasette anni, guardava tutto in silenzio e alla fine ha chiesto: “Ma è matrimonio o apertura delle Olimpiadi?”
A tavola arriva il catering.
Non esistono più i ravioli.
No.
Adesso ti servono: “aria croccante di pecorino destrutturato su vellutata di ceci ancestrali.”
Che sarebbe una cialda secca sopra una pappetta tiepida.
Porzioni grandi quanto un francobollo.
Mio zio Peppino, dopo il terzo antipasto microscopico, ha preso il cameriere per un braccio e gli ha detto:
“Scusa fije mie… ma lu magna' quelle vere quanne comincie?”
Il momento più tragico è stato il photobooth.
Una stanza piena di cappelli, baffi finti e lavagnette con scritto: “LOVE FOREVER”.
Lo zio Fernando, sopravvissuto dal matrimonio del 1989, ha preso una parrucca rosa, ha guardato il fotografo e ha urlato:
“MA JETE A FATIJÀ, JETE A ZAPPA LA TERRA!"
Standing ovation.
Poi arriva il momento della busta.
Tu entri in crisi mistica.
Perché ormai il matrimonio moderno funziona così: gli sposi spendono quarantamila euro… contando di recuperarli dagli invitati.
Praticamente una colletta piramidale con il bouquet.
Io metto la busta nella scatola e sento Cristian che mi abbraccia:
“L’importante era averti qui.”
Sì certo.
Aprila e vediamo se lo dici ancora.
Ma il finale più bello arriva verso mezzanotte.
Salta la corrente.
Silenzio.
Niente droni.
Niente DJ.
Niente luci vintage.
Niente macchina del fumo e per cinque minuti succede una cosa incredibile: la gente parla davvero.
Ridono.
Cantano.
Uno tira fuori una fisarmonica.
La nonna batte le mani.
Lo zio Fernando canta “Romagna mia” senza sapere il testo e lì, al buio, senza effetti speciali, sembrava finalmente un matrimonio vero.
Poi il generatore riparte.
BUM.
Musica house.
Laser verdi nel bosco.
Cristian che entra con gli occhiali luminosi e lo zio Peppino, con un bicchiere di Montepulciano in mano, scuote la testa e dice:
“Una volta ci sposavamo per fare famiglia.
Mo pare che ve dovete candidà a Eurofestival.”
Vittorio Camacci