Partii da Sanremo di buon mattino, quando il mare ha ancora quel colore incerto tra il sonno e la luce. La strada che sale verso Bajardo si arrampica decisa, lasciandosi alle spalle il profumo salmastro per entrare lentamente nei boschi. Da cronista, tornavo ancora una volta a raccontare Festa Ra Barca, ma questa volta con la sensazione che la storia di Angelina meritasse di essere ascoltata fino in fondo.
Arrivai in paese che già si respirava un’aria sospesa. Non era solo festa: era memoria viva e la memoria, qui, ha il volto di una ragazza.
Mi fermai a parlare con un anziano, seduto su un muretto, lo sguardo perso verso i monti. “Angelina non era una qualunque,” mi disse piano. “Era la figlia del conte, ma soprattutto era una che aveva scelto l’amore.”
La leggenda racconta che ai tempi delle Repubbliche marinare, quando i boschi di Bajardo fornivano legname prezioso alla Repubblica di Pisa, tre uomini arrivarono in paese per controllare i carichi destinati alle navi. Non erano semplici marinai, forse dignitari, forse uomini di fiducia e come spesso accade nelle storie vere travestite da leggenda, non portarono via solo legname.
Si innamorarono.
Tre figlie del conte, tre amori segreti. Ma quello di Angelina era diverso. Non aveva prudenza, non aveva paura. Era fatto di attese rubate e incontri furtivi, lungo quello che oggi chiamano ancora viale degli Innamorati.
Immaginai quella notte.
Il paese addormentato, il silenzio dei boschi e lei che esce piano dalla casa del padre, senza voltarsi indietro. Sa che sta scegliendo e sa anche cosa rischia. L’amore, in certe storie, non è mai una cosa leggera.
Il giovane pisano la aspetta. Deve partire. La nave, “ra barca”, è pronta sulla costa. Non c’è tempo per promesse lunghe: solo una decisione.
Fuggire.
Ma il conte scopre tutto e qui la leggenda si fa dura, senza sconti. Non c’è perdono, non c’è esitazione. L’onore, il potere, la rabbia: tutto si mescola. Parte all’inseguimento, armato.
Li raggiunge al Passo Ghimbegna e lì accade il gesto che ha attraversato i secoli.
Un colpo netto. Senza parole.
Angelina cade e con lei quell’idea di amore che aveva sfidato tutto. Il luogo, raccontano, prese il nome di Pian Chissora, dall’esclamazione dei marinai: “chissà ora…”, quasi a dire che da quel momento nulla sarebbe stato più come prima.
Ma la storia non finisce con la morte.
È questo che a Bajardo si sente forte.
Gli abitanti, impietositi, o forse indignati, raccolgono il corpo della ragazza. Lo avvolgono in un manto bianco e lo portano fin su, verso il castello. È un gesto potente: non stanno solo seppellendo una figlia, stanno imponendo al conte di riconoscerla, di darle dignità anche dopo avergliela negata in vita.
Da quel momento, Angelina non è più solo la figlia del conte. Diventa memoria collettiva.
Il pino che vedo oggi in piazza, con quella fronda verde in cima, non è solo un albero: è una testa, è un simbolo, è un modo per dire che quella storia non si è mai chiusa davvero.
Quando iniziarono a issarlo, il brusio si spense. Le funi tese, le braccia coordinate, il tronco che si solleva lentamente. Sembrava davvero un albero maestro che prende il vento.
Qualcuno iniziò a cantare.
La ballata di Ra Barca non è solo musica: è teatro dell’anima. Nelle sei parti si sente tutto. L’innamoramento leggero, la speranza, il dubbio, il lamento… e poi il dramma. Quando arriva quel passaggio, lo si percepisce anche senza capire ogni parola: le voci cambiano, si fanno più dure, più profonde e lì, per un attimo, sembra davvero di essere su quel passo, in quella notte.
Mi ritrovai a girare anch’io attorno all’albero, nel “girà ‘ra barca”. Un passo dopo l’altro, in senso orario e poi contrario, come se si volesse riavvolgere il tempo. Come se, girando abbastanza, si potesse cambiare il finale.
Ma il finale non cambia.
Passò una settimana e tornai per l’ultimo giorno.
Quando il tronco venne abbattuto, ci fu lo stesso rispetto che si ha per qualcosa che ha avuto un’anima. Poi però, come sempre accade nei paesi, la vita riprese subito il sopravvento.
L’asta.
Il Gran Cerimoniere chiamava le offerte, e la gente rilanciava con decisione. Quel legno, così perfetto, faceva gola. Ma non era solo per il materiale: era per portarsi a casa un pezzo di quella storia e fu proprio lì che sorrisi.
Perché quella scena, così intensa, così partecipata… mi era fin troppo familiare. Anche al mio paese, alla fine della festa, il tronco viene messo all’asta. Non abbiamo Angelina, non abbiamo conti né marinai pisani, ma abbiamo lo stesso spirito: le voci che si accavallano, le offerte che salgono, qualcuno che non molla fino all’ultimo.
Cambia la leggenda, ma non cambia il cuore.
Scendendo verso Sanremo, con il mare che riappariva tra le curve, pensai che forse è proprio questo il senso di tutto. Le storie come quella di Angelina servono a dare forma al tempo, a renderlo raccontabile.
I gesti, issare un albero, girarci intorno, metterlo all’asta, servono a non dimenticare.
Perché in fondo, ogni paese ha la sua “barca” e ognuno, a modo suo, continua a farla salpare.
Vittorio Camacci