IMG 20250215 WA0001Furono catturati in centinaia e per anni nessuno pronunciò più il loro nome.

Erano ragazzi della Laga. Venivano da Arquata del Tronto, Acquasanta Terme, Valle Castellana, Rocca Santa Maria, Cortino, Crognaleto, Capitignano,  Campotosto, Montereale, Accumoli e Amatrice. Erano figli delle pietraie, dei castagneti, dei pascoli che salgono verso le creste dei Monti della Laga e guardano sia al Gran Sasso che ai Monti Sibillini. Classi diverse, stessa schiena temprata dalla montagna, stesso vento addosso fin da bambini.

Quando le linee cedettero tra il 1941 e il 1943 finirono nelle mani degli Alleati. Come centinaia di migliaia di militari italiani divennero POW, prigionieri di guerra. Furono dispersi in tutto il mondo: nei campi della Gran Bretagna, nelle fattorie degli Stati Uniti, in Sudafrica, in Australia, in India. Un’intera generazione sradicata e sparsa oltre oceano. Anche per i ragazzi della Laga il destino prese strade lontane, troppo lontane per essere immaginate da chi era cresciuto guardando sempre lo stesso orizzonte di montagne.

L’8 settembre 1943 accese una speranza. L’armistizio sembrò promettere un ritorno rapido. Ma per la maggior parte di loro non cambiò nulla. Rimasero nei campi ancora per anni, sospesi in una terra di nessuno giuridica e morale: non più nemici dichiarati, non ancora uomini liberi. La prigionia continuò fino al 1946. Non furono campi di sterminio. Furono campi di attesa e l’attesa, per un montanaro abituato al lavoro e al silenzio, può pesare più del freddo.

Intanto a casa il mondo crollava. Il fascismo che li aveva mandati in guerra si dissolveva. I paesi della Laga cambiavano volto. Ma loro restavano dietro il filo spinato, con la giovinezza sequestrata prima dalla guerra e poi dal tempo.

Per molti la prigionia significò campagne inglesi, pianure americane, lavori agricoli sotto sorveglianza. Per altri, invece, il viaggio proseguì ancora più lontano.

Li imbarcarono verso l’Egitto, poi oltre, fino all’India. Un viaggio lungo come un esilio. Dopo un primo campo nel sud, li portarono a Yol, nel nord dell’India, non lontano da Dharamsala, ai piedi della catena del Dhauladhar. Il campo stava a circa 1200 metri, circondato da reticolati e torrette. Le baracche erano di legno, sei letti per stanza, separé fatti con coperte militari. La vita scorreva tutta uguale: appello, rancio, attesa, chiacchiere, ancora appello.

Eppure, tra quei reticolati, i montanari della Laga ricrearono una piccola patria. Chiamavano la loro baracca “Picco di Macina”, come un pendio sopra il paese e la sera parlavano dei castagni, delle greggi portate a pascolare verso il Farneto, della neve che isolava tutto e però non faceva paura, perché era la loro.

Impararono a fare di tutto. Con il filo del reticolato costruivano gabbiette per uccelli. Con le lenzuola rattoppate cucivano sacchi e tende. Mettevano da parte un cucchiaio di zucchero al giorno per farne scorta. Un professore torinese insegnava inglese e un maggiore veneto spiegava matematica. “Se non puoi cambiare la prigionia, cambia te stesso”, diceva Narciso, che aveva studiato un poco prima della leva.

Dopo l’armistizio, la disciplina si allentò. Con permessi chiesti mesi prima, poterono uscire senza scorta, a piccoli gruppi, per camminare sui monti attorno al campo. Non era libertà vera, ma ci somigliava e per tre uomini cresciuti sotto le creste della Laga quella somiglianza bastava.

La prima volta salirono fino a 2600 metri. Vedere il campo dall’alto li fece tremare: le baracche zincate erano diventate giocattoli, i reticolati fili sottili. “La montagna è più grande di qualsiasi prigione”, disse Mariano, che da ragazzo aveva fatto il carbonaio. Tornarono con gli occhi accesi.

Prepararono un’uscita più ambiziosa. Cucirono una tenda con brandelli di tela militare, fabbricarono una borraccia da un barattolo, misero da parte riso, soia, un po’ di margarina. Salirono verso un passo oltre i quattromila metri, tra rododendri arborei e lastre d’ardesia posate nei secoli dai montanari locali. Incontrarono pastori che scendevano verso la pianura con le greggi, attraversando valichi oltre i 4000 metri. I pastori chiesero perché volessero salire “lassù, tra neve e dèi”. I tre si guardarono e sorrisero: come si spiega a un uomo libero che sei prigioniero e che salire è l’unico modo per non sentirti tale?

Raggiunsero il passo a più di 4200 metri. Davanti a loro si apriva un mare di cime, e tra le nubi comparivano profili lontani dell’Himalaya. Il vento era tagliente, il fiato corto. Bevvero un sorso di grappa distillata di nascosto nel campo. Non dissero molto. Restarono in silenzio, come si fa davanti alle cose grandi.

Al tramonto, una luce rosa incendiò le rocce. Giovanni, che da ragazzo aveva visto arrossarsi le pareti del Gran Sasso in certe sere limpide, sussurrò una parola che gli inglesi non avrebbero mai capito: enrosadira. Per un istante non erano più in India. Erano sopra le case di pietra della Laga, con il fumo che saliva dai comignoli e il vento che portava odore di legna.

Tornarono al campo prima delle diciotto, per evitare punizioni. Rientrarono tra i reticolati con la schiena stanca e un segreto nel petto. Avevano aperto uno spiraglio.

Rimasero in India fino al ’46. Quando finalmente tornarono ai loro paesi della Laga trovarono montagne identiche e un mondo diverso. Non parlarono molto di quei giorni. Ma chi li vedeva salire ancora, anni dopo, verso le creste sopra il Tronto o verso i pascoli alti tra Abruzzo e Marche, capiva che su quelle cime lontane avevano imparato una cosa semplice e ostinata: che la libertà non è solo un luogo. È uno sguardo che nessun reticolato può trattenere.

   Vittorio Camacci

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