file 00000000b6e07243939aa9196d70ef6cTra i monti dell’Appennino centrale, dove l’inverno pareva non finire mai e le case lesionate dal terremoto portavano ancora ferite aperte come vecchie cicatrici, sorgeva il paese di Aspettaespera.
Un borgo di pietra, aggrappato a una costa battuta dal vento, tra boschi di faggi e strade che di notte sembravano inghiottite dal nulla. Un tempo vi abitavano quasi cinquecento persone. Ora erano poco più di sessanta, quasi tutti anziani.
Le impalcature arrugginite avvolgevano ancora il campanile della piccola chiesa di San Michele. Alcune abitazioni avevano porte sprangate dal giorno del sisma; altre erano diventate tane di silenzio, con le finestre aperte al vento e le tende marcite dalla pioggia.
Ogni tanto arrivavano televisioni, politici, fotografi. Restavano poche ore.
Promettevano.
Sempre.
Poi sparivano.
Il paese invece rimaneva lì, sospeso.
Come un malato dimenticato.
Giulio, sessantadue anni, ex muratore, camminava lentamente lungo la via principale guardando le erbacce crescere tra i sampietrini. Aveva lavorato tutta la vita in Svizzera, era tornato per sistemare la vecchia casa dei genitori e trascorrere la pensione in pace, poi il terremoto aveva spezzato tutto.
La casa era stata dichiarata “temporaneamente inagibile”.
Temporaneamente.
Erano passati dieci anni.
Abitava in una casetta prefabbricata ai margini del paese, dove d’inverno il ghiaccio entrava persino sotto la porta.
La sera si ritrovava al bar con gli ultimi rimasti: Ernesto il pastore, Ada la maestra in pensione, Sandro che aveva perso il figlio emigrato in Germania, e Tonino, ex falegname che ormai passava le giornate davanti ai social sul telefono.
Il bar era l’ultimo luogo vivo.
Anche lì però regnava una strana stanchezza.
La televisione trasmetteva urla continue: guerre, politici che litigavano, influencer milionari, scandali, tragedie consumate in diretta.
"Vogliono solo rincoglionirci" diceva Ernesto sputando nel camino. "Ci tengono buoni come pecore."
Ada sospirava.
"Non è solo questo. È che la gente ha smesso di pensare. Preferisce ripetere slogan."
Tonino invece scorreva video sul cellulare.
"Guardate qui… uno che insegna come diventare ricchi senza lavorare."
Giulio osservava quei volti illuminati dalla luce azzurra dello schermo e provava una sensazione di vuoto.
Il terremoto non aveva distrutto solo le case.
Aveva finito ciò che il resto del mondo aveva iniziato da tempo.
I giovani erano partiti tutti.
Roma. Milano. L’estero.
Chi rimaneva sopravviveva tra pensioni minime, sussidi, lavori occasionali e rabbia.
Persino il piccolo supermercato aveva chiuso.
La scuola elementare pure.
L’ISTAT aveva pubblicato dati spaventosi: le aree interne dell’Appennino stavano morendo. Calo delle nascite irreversibile. Invecchiamento crescente. Emigrazione continua. Entro pochi decenni interi borghi sarebbero scomparsi.
Ma in televisione parlavano d’altro.
Sempre d’altro.
Una sera arrivò in paese una delegazione politica.
Auto nere, giacche eleganti, telecamere.
Promisero la rinascita.
Turismo digitale.
Smart village.
Nuove opportunità.
Un assessore parlò perfino di trasformare Aspettaespera in un “borgo dell’innovazione sostenibile”.
Gli anziani ascoltavano in silenzio.
Fu Giulio ad alzarsi.
"Scusate… ma qui manca il medico. L’ambulatorio apre due volte a settimana. La neve d’inverno ci isola. I ragazzi se ne vanno perché non c’è lavoro. Le case stanno crollando. Di che innovazione parlate?"
L’uomo sorrise meccanicamente.
"Comprendiamo il disagio…"
Giulio lo interruppe.
"No. Voi non comprendete niente."
Cadde il silenzio.
Persino le telecamere abbassarono l’audio.
'Sapete qual è il problema?" continuò Giulio. "Che ci avete abituati a tutto. Alla paura. Alla miseria. Alle promesse. Alla menzogna. Alla gente che urla senza capire. Ci avete abituati pure alla morte dei paesi."
L’assessore evitò il suo sguardo.
Pochi minuti dopo salirono tutti in macchina e se ne andarono.
Come sempre.
Quella notte Giulio non riuscì a dormire.
Uscì dal prefabbricato e guardò il paese immerso nella nebbia. Il campanile lesionato sembrava un fantasma.
Capì allora che Aspettaespera non stava morendo solo per il terremoto.
Moriva perché il mondo aveva trasformato gli uomini in spettatori impotenti.
Tutti schierati.
Tutti arrabbiati.
Tutti convinti di essere liberi.
Ma incapaci persino di salvare il proprio paese.
Nei mesi successivi morirono altri tre anziani.
Le case vuote aumentarono.
Il bosco iniziò lentamente a riprendersi i muri, le stalle, gli orti.
La natura non aveva fretta.
Gli uomini invece sì.
Un giorno anche il bar chiuse.
Giulio rimase seduto davanti alla serranda abbassata mentre il vento scuoteva l’insegna scolorita.
Si guardò intorno.
Il silenzio era assoluto.
Nessun bambino.
Nessuna voce.
Solo montagne.
Montagne immense e bellissime, testimoni immobili di un’Italia interna abbandonata lentamente da tutti: dalla politica, dall’economia, dalla cultura e forse persino da Dio.
Eppure, mentre il sole tramontava dietro le creste innevate, Giulio pensò che la tragedia più grande non fosse il crollo delle case.
Ma quello delle coscienze.

Vittorio Camacci

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